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14 racconti di donne "Brave con la lingua", ma fuori da ogni cliché

Si chiama Brave con la lingua, ed è un'antologia di 14 racconti scritti da donne. Date il significato che volete al titolo, dice la curatrice, alle autrici basta far sentire la propria voce.

Si chiamano Giulia e Silvia, ma rappresentano anche Vittoria, Noemi, Francesca e tutte le altre meravigliosi autrici di Brave con la lingua, libro edito da Autori Riuniti (disponibile anche su Amazon) che fa mettere a nudo le donne. Non fisicamente, naturalmente, ma mentalmente, idealmente, cosa che è ancora più profonda e intima di un corpo mostrato, perché, si sa, niente è più personale di idee, pensieri, esperienze.

Giulia Muscatelli è la curatrice del libro, pubblicato il 26 aprile 2018, ed è lei che si è occupata di “reclutare” le autrici, per farle parlare di sé, ma anche di come il linguaggio determini, nella nostra società, la vita delle donne. Per questo, quando la sentiamo per parlarci del libro, ci racconta da dove è arrivato lo spunto per questa serie di racconti, 14, che raccontano ciascuno una sfumatura diversa dell’essere donna in questa cultura e in questo contesto storico e sociale.

Poco più di un anno fa, la casa editrice Autori Riuniti mi ha chiesto di occuparmi di un’antologia di autrici  – ci spiega – Ho subito accettato con entusiasmo e mi sono messa a cercare un tema che potesse raccontare, da un punto di vista ancora inesplorato, il femminile. Non ho dovuto aspettare tanto perché mi venisse in mente ‘il linguaggio’. Sono ormai anni che rifletto su come le parole siamo fondamentali nell’evoluzione e nell’emancipazione della donna.
Così, convinta di cosa avrei voluto affrontare con questa antologia, ho iniziato a pensare alle autrici: ognuna di loro è stata scelta per un motivo specifico, per la capacità di narrare storie e per la storia che sapevo avrebbero potuto tirar fuori riflettendo su determinate espressioni.

Per questo, chiediamo, il titolo è Brave con la lingua? Perché è un libro che ha a che fare con il linguaggio? Oppure perché si rifà a un’espressione ben meno elegante e decisamente a sfondo sessuale, talvolta usata in un’accezione del tutto maschilista?

Brave con la lingua ha diversi significati, quello che ci leggete o che non ci leggete – come il sottotitolo, ad esempio [Come il linguaggio determina la vita delle donne, ndr.] dice molto di voi – prosegue Giulia -Brave in un rapporto sessuale, ma anche e soprattutto, brave a comunicare. Il fatto che ognuno di noi subito veda l’accezione sessuale dell’espressione è indicativo di come le associazioni di pensiero sulle donne siano ancora troppo semplicistiche.

Il libro, ci spiega ancora la curatrice, si basa sulle “parole chiuse”, ovvero “quelle parole che qualcuno ti appiccica addosso e che, a volte tralasciando il loro significato, diventano altro, determinando la tua vita”.

Brava con la lingua è un’ ‘espressione chiusa’ per eccellenza, in questo caso chiusa dentro la sua connotazione sessuale perché siamo pigri, stanchi e ci accontentiamo della prima spiegazione che ci viene alla mente, la prima risposta, la più facile.
E poi è, ovviamente, un’espressione ironica, provocatoria.
Io credo molto nel potere e nell’importanza dell’ironia. Di più. In particolare penso che le donne debbano conquistarsi e tenersi stretto il diritto – la capacità – di essere ironiche, prima di tutte su loro stesse.
Qualcuno ha definito questo titolo ‘volgare’, e io non posso fare a meno di dire che non voglio stare in un mondo in cui quattordici donne solo perché si occupano di cultura e non di spogliarelli o mutandine, per fare degli esempi sciocchi, diventano volgari definendosi ‘brave con la lingua’. L’accusa di volgarità sul femminile è spesso la prima gabbia dentro la quale ci chiudono, ci chiudiamo, lasciamo che ci chiudano.

Superare gli stereotipi, o semplicemente fregarsene; affermare il proprio diritto a essere donna a tutto tondo, sfera sessuale compresa, pur senza essere schiava di giudizi o critiche.

Chiediamo a Silvia Pelizzari, una delle autrici, di dirci cosa direbbe se dovesse indicare un messaggio fondamentale del libro,  o che tipo di femminilità racconta.

Credo che il sottotitolo dell’antologia sia perfetto. ‘Come il linguaggio determina la vita delle donne’. Sarebbe bello che ognuno mettesse un punto di domanda alla fine di questa frase e poi provasse a rispondere.
Come determina la vita delle donne, il linguaggio? Come determinano, le parole in generale, la vita di ognuno di noi?
Devo a questo libro il dono prezioso di avermi fatta riflettere sulle parole che utilizzo, di avermi fatta indagare su quello che dico e che mi dicono, su quanto – le parole – abbiano scavato nella mia vita dandomi un ruolo, e quanto questo ruolo sia veritiero oppure no. Ti faccio un esempio: mi hanno sempre detto che ero ‘troppo sensibile’, che è difficile a volte discutere con me perché sono ‘troppo emotiva’, e io mi sono ritrovata con due termini nella mia testa così belli, sensibile ed emotiva, e ho dovuto lavorare sul fatto che questo impediva alle persone di essere totalmente loro stesse con me. Una cosa che reputavo una ‘virtù’ diventava improvvisamente limitante.

La copertina del libro (Fonte: amazon.it)

Ho passato molto tempo cercando di non piangere, non commuovermi, non sentirmi toccata dalle cose che succedevano. Poi ho capito che stavo sbagliando.
Ognuna delle quattordici autrici ha scelto la parola o l’espressione che più l’ha definita nel corso della sua vita, spesso erroneamente, e ci ha scritto un racconto, per liberarsi per sempre di quella definizione.
Credo che questa antologia racconti una femminilità sfaccettata, complessa, personale e imperfetta. Ma mi viene quasi da dire che non racconta una femminilità. Racconta semplicemente chi siamo, attraverso la narrazione.

Pensi davvero sia ancora tanto importante per le donne far sentire la propria voce? Perché gli stereotipi a stampo sessuale sono ancora tanti e tanto radicati nella società?

Eccome. E siamo solo all’inizio. Credo sia il momento storico perfetto. Ci sono le condizioni giuste, le potenzialità per far arrivare il messaggio in modo potente e capillare e il terreno è molto fertile. Fortunatamente se ne sta parlando molto e si sta muovendo tantissimo in questo senso. Il rischio è però quello di finire bersaglio del nostro stesso boomerang. La sensazione è che i movimenti che sono nati, forti e molto utili, se da una parte sono stati inclusivi, dall’altro lato hanno polarizzato certe posizioni, le opinioni, lasciando fuori ed escludendo molto altro. Una delle cose che mi ha più colpito del progetto Brave con la lingua è stata proprio la volontà di non polarizzare, bensì di riflettere, condividere e lasciare che il seme piantato cresca. Alla presentazione che abbiamo fatto al Circolo dei lettori il 26 aprile, il giorno in cui il libro è uscito in libreria […] c’era un bambino in terza fila, attentissimo; avrà avuto una decina d’anni. Non rideva mai, ci guardava molto incuriosito, concentrato. In quel momento ho capito perché era tanto importante aver partecipato a questa raccolta. Se quel bambino il giorno dopo si è ricordato qualcosa di quella serata e quei discorsi, se se ne ricorderà tra dieci anni, ecco, credo che potremo dire di aver fatto un buon lavoro.

Meno facile, dice Silvia, è comprendere perché questi cliché di stampo sessista siano ancora tanto radicati.

È un retaggio storico che si autoalimenta e che alimentiamo noi stessi, con il linguaggio e con i comportamenti. Si evidenziano ogni giorno sul lavoro, ogni volta che una donna viene pagata meno di un uomo nella sua stessa posizione o quando a un colloquio ti chiedono qual è la tua situazione famigliare, ma anche a casa, nelle scuole, e perfino in alcune campagne del Ministero della Salute. Giulia in un’intervista ha detto una cosa verissima: ‘Dobbiamo ri-appropriarci della nostra narrazione, prima che siano altri a farlo al nostro posto’. E da lì far nascere tutto il resto. È un cammino lungo, ma va iniziato subito.

Il racconto di Silvia si intitola “Tutto quello che vuoi” e parla di fedeltà.

Volevo entrare nella vita di una donna che aveva dedicato tutto alla famiglia, a un’idea che aveva fin da ragazza, scordandosi di se stessa. O meglio: volevo capire cosa può succedere se tutto quello in cui hai sempre creduto, all’improvviso traballa. La fedeltà di cui parlavo poco fa – e che è spesso al centro delle cose che scrivo – è più che altro declinata alla fedeltà verso se stessi.
Quando ho iniziato a scriverlo, lo scorso settembre, mi interessava capire quanto la fedeltà a noi stessi e alle persone che amiamo possano viaggiare di pari passo, e quanto invece sia inevitabile uno scarto di tradimento. Ho scelto la parola Brava perché, come ti dicevo prima, volevo una parola positiva, e volevo capire come anche le parole belle, quelle che noi stesse ricerchiamo, possono definirci e darci un ruolo che scopriamo errato.
A tutte noi piace sentirci dire che siamo state brave, sentirci gratificate. Ci invitano a essere brave ragazze, brave figlie, brave mogli. E noi ci affanniamo ad essere brave, ogni santo giorno. Ma Brava è una parola che non significa niente, fa riferimento a una scala di valori che cambia da persona a persona. E cosa succede quando essere Brava e essere Felice non sono la stessa cosa? Ho cercato di scavare in questo buco scrivendone.
Devo dire che tutti i racconti presenti nell’antologia mi hanno lasciato delle domande, mi hanno fatta pensare. Ed è esattamente quello che chiedo alla letteratura. Non raccontarmi una verità, ma darmi gli strumenti per cercare la mia.

Per gli altri racconti, ovviamente, non vi resta che leggere il libro.

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