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"Non sarò mai la brava moglie di nessuno": la ribellione nel suicidio di Evelyn

La scrittrice Nadia Busato ci ha accolto in casa sua per raccontarci la storia di Evelyn McHale e il messaggio che quella giovane ragazza americana, che si gettò volontariamente dall'86esimo piano dell'Empire State Building, ancora lancia a chi guarda la foto del suo corpo inerme, chiamata non a caso "il suicidio più bello".

Quando entriamo in casa di Nadia Busato, giornalista e scrittrice, autrice tra gli altri di “Non sarò mai la brava moglie di nessuno”, lei sta finendo di truccarsi e ci troviamo a iniziare la nostra conoscenza in bagno: lei allo specchio, la sottoscritta appoggiata alla porta, come si fa tra amici che hanno la confidenza di infilarsi in quel luogo della casa privatissimo dove si finiscono i ritocchi alla nostra “immagine pubblica”.

Il grado di intimità che si può creare in poco tempo tra due donne, se entrambe si pongono di fronte all’altra con curiosità e senza (troppi) artifici , è ineguagliabile rispetto a quello che si può raggiungere nello stesso lasso di minuti con un uomo.

Il sesto senso delle donne è forse questo: la capacità di riconoscere reciprocamente nell’altra un interesse, anche solo momentaneo, o meglio ancora la possibilità di stabilire uno scambio in cui ognuna cede e riceve qualcosa.

Gli incontri riusciti tra donne sono belli perché guidati dall’empatia. Siano essi incontri tra due donne contemporanee, mentre una si trucca e l’altra la osserva, siano essi incontri tra donne che appartengono a generazioni diverse, continenti diverse, storie diverse e che per qualche motivo spazio e tempo non hanno impedito che l’una entrasse nella vita dell’altra.

È successo a Nadia Busato e a Evelyn McHale, cui la scrittrice ha cercato di ridare una storia e di cui non avremmo alcuna memoria se non fosse stata per quell’immagine pazzesca, del copro di lei immobile e privo di vita, ma elegantemente adagiato, come quello di una bella addormentata ribelle, sulla Limousine sfasciata su cui si era appena schiantata gettandosi volontariamente dall’86esimo piano dell’Empire State Building. Suicidio. Di più, quello che sarebbe passato alla storia, grazie alla prontezza di un aspirante fotografo dilettante di immortalare la scena e della rivista Life Magazine di coglierne il messaggio dirompente, come “Il suicidio più bello”.

Il libro su Evelyn McHale è stato un libro che mi ha accompagnato per tanti anni.

Racconta Nadia.

Direi che all’inizio è stata un po’ un’ossessione. Sono inciampata sulla sua fotografia e, com’è successo a tante persone, è stato un incontro molto emozionante.
E mi ha fatto venire voglia di saperne di più. Ma saperne di più era impossibile e mi sono resa conto che era una persona che aveva fatto la storia ma non aveva una storia. E mi dispiaceva.

La storia di Evelyn McHale Nadia Busato l’ha ricostruita, facendosi supportare da una ricerca archivistica fino laddove istituzioni e testimonianze potevano arrivare e tentando poi l’impresa di andare oltre, nel libro Non sarò mai la brava moglie di nessuno, edito da SEM, rubando il titolo alle parole che la ragazza stessa vergò su un biglietto di addio, prima di suicidarsi in modo così plateale il 1° maggio 1947.

Evelyn è una ragazza molto giovane, molto bella che, a un certo punto della sua esistenza, di fronte a quello che avrebbe dovuto renderla più felice, cioè il grande amore della vita, decide di fare un gesto definitivo come quello del suicidio.

Prima di lanciarsi nel vuoto, dicevamo, Evelyn scrive un biglietto:

Scrive questo biglietto in cui chiede di essere cremata, chiede di non essere vista dalla sua famiglia proprio perché sicuramente immaginava già per sé una morte violenta e sfigurata, scrive che il suo fidanzato le ha chiesto di sposarlo a giugno e fa questo appunto:

“Ma io non sarei mai una brava moglie per nessuno”.

E poi alla fine lancia questo messaggio a suo padre:

“Dite a mio padre che, evidentemente, ho fin troppe cose in comune con mia madre”.

Ma la storia di Evelyn, Nadia Busato lo sa bene, non è solo la storia di una donna che sceglie di morire:

È una storia che ha a che fare con la depressione femminile, che è un po’ più vergognosa di quella maschile. Un po’ noi siamo allenate a essere sempre forti nella vita, un po’ ci sono delle tappe nella vita di cui dovremmo essere grate.

E non è neppure “solo” la storia di un’enorme sofferenza privata:

Nella sua storia Evelyn aveva un grosso fantasma ed era il fantasma di una madre che, a un certo punto, nel mezzo degli anni Trenta, abbandona una famiglia di 6 figli, abbandona un marito in piena carriera per la Federal Bank americana e se ne va.

E non si sa se questa fosse una sua scelta – per cui lei stessa stesse davvero male e avesse bisogno di allontanarsi oppure si sentisse inadeguata alla crescita dei figli – o se fosse un atto di potere del padre, che avendo i soldi, riesce a ottenere la custodia dei bambini e non li fa più vedere alla madre.
Questo fantasma l’accompagna tutta la vita e lei ha sempre paura che le tappe che raggiunge come donna e come persona non siano mai abbastanza per renderla felice.

Anche se questa sofferenza profonda, accompagna Evelyn per tutta la sua breve vita:

Ogni volta che la sua vita sta prendendo una piega definitiva, Evelyn fa qualcosa per sabotarla: l’evento violento in Evelyn è tipicamente incendiare qualcosa, quindi creare qualcosa cui non si può più tornare indietro.
Lo fa con la divisa militare, per cui poi la estromettono dall’esercito e la congedano con disonore; lo fa con l’abito da damigella al matrimonio del cognato, per cui tu pensi che la sua storia d’amore finirà e lei sarà la reietta ella famiglia, invece il fidanzato le sta ancora accanto e anzi le chiede poi di sposarlo; e lo fa alla fine.

Evidentemente quest’animo un po’ malinconico, un po’ disgregato dalla realtà, mai felice, sempre inquieto, è qualcosa che sente di avere in comune con sua madre.
E anche sua madre, tutto sommato, non è stata la brava moglie di nessuno, anzi ha fatto l’unica cosa che una brava moglie non deve fare: lasciare la famiglia.

Ma la storia di Evelyn McHale è anche la storia del sogno americano di grandezza e felicità, pagato spesso a (caro!) prezzo di perbenismo e sorrisi di facciata:

In qualche modo Evelyn ha esattamente questo tipo di forza: l’idea che lei rifiuti questo grande privilegio per una donna della sua età, nell’America del dopoguerra, quindi diventare la moglie borghese da vialetto di un uomo in carriera e fare un po’ la sua ancella in modo che lui possa crescere e contribuire a questo grande sogno di crescita americano.

È come se alle donne venisse chiesto, per citare le parole di una persona che ne ha parlato ultimamente, di fare un passo indietro, quindi stare nell’ombra.
E lei questa cosa non la voleva, non la voleva, ma non c’era alternativa.
Da sola non si può cambiare le cose ovviamente, ma l’unica cosa che poteva fare era questa scommessa di giocarsi quello che aveva di più prezioso, cioè se stessa, il suo corpo.

Da questo punto in poi, comincia un’altra storia. Ed è ancora Nadia Busato a raccontarcela:

Che è una storia occidentale dell’immagine. Per cui in quel momento passa per caso un aspirante fotografo che sognava di far parte del più grande gruppo mediatico del tempo che raccontava il mondo con le immagini che era LIFE Magazine

Incappa in questa immagine, fa questa fotografia pazzesca, diventa il fotografo della settimana su Life e poi sparisce misteriosamente.
Così Evelyn arriva in redazione con questa foto potentissima ed è un piccolo gruppo redazionale composta da 3 donne e un uomo, che poi diventa il loro direttore editoriale, a decidere di pubblicarla. La decisione la prendono tre donne che riescono in qualche modo, portando l’immagine di Evelyn, a cambiare anche l’immagine della moda nel dopoguerra, che era tutta una celebrazioni di colori, di rinascita, di vittoria, di gioia: loro riportano l’ombra in questa iconografia.

Anche oggi parliamo di effetto Evelyn quando modelle in posizione in cui sembrano morte, hanno un particolare che ci rivela che sono vive. Dolce e Gabbana lo usa molto spesso.
E questo effetto Evelyn oggi ce lo portiamo dietro in un mondo che dovrebbe essere assolutamente dorato e privo di preoccupazioni come quello della moda e che invece oggi ha un lato oscuro grosso: perché tutta l’industria del fast fashion è la seconda più inquinante del pianeta e sta distruggendo il nostro globo.

Ma cos’ha oggi Evelyn McHale da dirci? Smascherato di fatto il sogno americano, perché quel suo gesto rivoluzionario è ancora attuale? Qual è, insomma, la forza di Evelyn oggi?

La sua storia ci ricorda che in questo grande sogno americano di emancipazione, di crescita, di felicità per tutti – noi oggi continuiamo a parlare di felicità – esiste un ombra che non possiamo trascurare.