"La vendetta è un ballo in maschera": intervista a Tegamini

L'esordio editoriale di Francesca Crescentini, traduttrice e divulgatrice letteraria nota anche come Tegamini, è un tripudio di scoperte, sensibilità e intimismo, innervato di (auto)ironia e argutezza. Si intitola "La vendetta è un ballo in maschera", e ne abbiamo parlato direttamente con l'autrice.

Lo aspettavamo da anni e, finalmente, è arrivato. L’esordio editoriale di Francesca Crescentini, traduttrice e divulgatrice letteraria nota anche come Tegamini, è un tripudio di scoperte, sensibilità e intimismo, innervato di (auto)ironia e argutezza. La vendetta è un ballo in maschera, edito da Einaudi, si pone, infatti, al crocevia tra saggio e memoir e prende abbrivio da un’esigenza: leggere per la prima volta un classico imprescindibile come Il conte di Montecristo e, al contempo, cercare di lenire alcune ferite profonde inferte dal destino, quegli schiaffi imprevisti che la vita ci riserva senza degnarci di metterne in luce il motivo.

Tra una vendetta di Edmond Dantès/Montecristo e una vicissitudine del suo eccentrico demiurgo Alexandre Dumas, entriamo, così, in punta di piedi anche nella vita di Crescentini, le cui vicende personali si intersecano sapientemente con il progredire della lettura del capolavoro dumasiano, in un mosaico di punti di vista, elucubrazioni e viaggi (fisici e letterari) in cui si sorride (molto), si piange (altrettanto) e si riflette.

Il tutto sorretto dalla voce consueta di Tegamini – sarcastica al punto giusto, brillante e vivacemente curiosa – ma anche da quella di una Francesca Crescentini più inedita, “intima” e libera, che apre uno spiraglio sulle sue paure, le sue insicurezze e i suoi demoni più viscerali. Un intrico tellurico ed emotivo dove tutti, in fondo, ci sentiamo a casa. Anche Montecristo.

Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

Innanzitutto, come stai? E come ti senti, ora che il tuo libro è nel mondo e ha conosciuto i suoi primi lettori e le sue prime lettrici?

Ma guarda, è strano. Io mi abituo in maniera estremamente graduale e macchinosa alle cose nuove, quindi sono stati un paio di mesi abbastanza bizzarri. Perché poi, soprattutto quando vai in giro e ti siedi là, e non sei quella che deve fare le domande, bensì devi rispondere, devi parlare del tuo lavoro in un altro modo, ecco: quello è interessante. Ma è anche vero che sono state molto calorose le persone, alle presentazioni, dove c’è l’opportunità, chiaramente, di dirmi che cosa ne pensano, di parlarci insieme in mille modi, e quello è stato molto stimolante, soprattutto perché ti accorgi di come tutti quanti abbiano dei punti d’ingresso diversi, e ci trovino dentro delle cose diverse. Quindi, davvero: è proprio un pezzo nuovo di cammino che fa il libro, che è molto avvincente da vedere. Sono contentissima di come sta andando.

La vendetta è un ballo in maschera
Foto: Einaudi

Anche perché, così come “Tradurre è un po’ tradire”, come ci insegnano a scuola, anche leggere è un modo diverso di interpretare quello che un autore o un’autrice scrive. Dunque immagino che, adesso, ti si stia presentando tutta una sequela di interpretazioni a cui, magari, non avevi dato adito inizialmente.

Secondo me, leggendo, tutti quanti, quando prendiamo in mano un libro e affrontiamo una lettura – anche se non ci mettiamo carichi emotivi particolari o non creiamo delle aspettative o un percorso preciso, come quello che volevo fare io -, alla fine leggiamo portandoci dentro chi siamo in quel momento, le cose che ci sono successe, magari le speranze che abbiamo, le magagne nostre. Insomma, ogni libro poi diventa una cosa diversa per chi lo prende in mano, perché ci si entra con le proprie scarpe, con i propri carichi, con il proprio momento di vita. Perciò è inevitabile che, alla fine, ti si restituiscano anche delle cose che sono state illuminanti per qualcuno, anche se tu le hai messe in maniera accidentale. Perché poi è anche la cosa bella di quando si legge: quell’idea di speranza, di poter sempre essere sorpresi da quello che si può trovare in un libro, anche se magari non lo prendiamo in mano con l’idea che ci debba risolvere qualcosa o che ci debba dare una risposta precisa alla fine. Io a quella cosa lì non credo molto e continuo a non crederci, tuttavia capita che ci trovi dentro qualcosa che magari ti raddrizza o ti dà degli strumenti in più.

Ma tu ricordi il momento in cui hai sentito l’esigenza di trasformare questo “esperimento” della lettura del Conte di Montecristo in un manoscritto, e hai pensato: “Devo assolutamente trasporlo su carta e farlo diventare un libro”? Cosa ti ha spinto a dargli proprio questa forma, e non un’altra?

Io, in realtà, ho iniziato per me. Mettiamola così: mi sono seduta lì e ho detto “Bene, ho bisogno, in questo momento, di costruire un posto dove stare, di occuparmi di come suono io e di avere un angolo mio dove mi prendo il tempo necessario per pensare, per studiare, per andare dentro a questa storia”. Io non avevo l’intenzione di dire “Adesso confezioniamo un prodotto editoriale”, anche perché, altrimenti, si esordiva con una cosa forse più facile – passami il termine -, più accessibile e anche più semplice da spiegare, magari con meno strati, meno ingarbugli. Io, però, l’ho proprio iniziato come un esperimento personale, come la creazione di uno spazio in cui parcheggiarmi per qualche tempo, e poi l’ho fatto leggere dopo un bel po’, quando c’era già qualcosa e si capiva, a grandi linee, che struttura aveva, ma perché anche io non avevo pianificato chissà che architettura all’inizio. E penso che si veda anche nel prodotto finito.

Sì, è il suo bello.

Esatto, mi piace che quell’impronta sia rimasta, cioè: vedi un’idea che prende forma e si sviluppa mentre la stai leggendo anche tu. Quindi mi piace che sia rimasta questa traccia, e poi vediamo come viene digerito, accolto. Tuttavia, penso che una delle cose interessanti del libro sia proprio come è fatto: si vede, insomma, l’impasto.

Se dovessi schematizzarle e riassumerle, quali sono le “lezioni” più significative che porti con te dopo la lettura del capolavoro di Dumas?

L’aspetto che mi ha molto colpito è il come esistono i personaggi nel tempo, e il come, poi, rileggono le cose che accadono con degli strumenti che solo il tempo e il fatto che, vivendoci in mezzo e vivendo da qui fino a un punto un po’ più lontano, ti modifica quello che succede. E vale sia per un personaggio che si trasforma in maniera drastica come Dantès, sia per i personaggi che ha intorno. Sono tutti, diciamo, inaffidabili e opachi allo stesso modo, ma forse vedere il come si modifica Dantès è particolarmente rivelatorio, perché lui chiaramente vive una condizione molto peculiare. Però, con tutti gli strumenti che ha in mano, lui scopre alla fin fine che – anche se è praticamente onnipotente, perché è entrato in possesso di mezzi fondamentalmente illimitati, è diventato intelligentissimo, coltissimo, pieno di strumenti anche intellettuali per raggiungere qualsiasi obiettivo – il tempo vale per tutti e che, soprattutto, le cose che sono successe non si possono mai veramente aggiustare, o ti puoi illudere di aggiustarle ma non le aggiusti mai gratis, perché quello che si mette in testa di fare lui è molto costoso.

Ma l’idea che lui possa cambiare così tanto, possa accorgersi di così tante cose, è bella come idea nuova di possibilità: ti fa capire che il confine del possibile si sposta. E noi lo sappiamo che il Montecristo è una grandissima esagerazione meravigliosa, ma, in un certo senso, ti conforta sapere che c’è questo margine di cambiamento anche drastico, soprattutto se hai di fronte delle cose che ti sembrano irrimediabili, o se delle cose irrimediabili sono già successe. Ti fa vedere che c’è un sacco di altra roba che tu puoi, in qualche modo, afferrare o sperare di afferrare.

Tegamini
In foto: Francesca Crescentini

Ti confesso che non ho ancora letto Il conte di Montecristo. Tuttavia, dopo aver letto il tuo libro, ovviamente la voglia mi è cresciuta molto di più, sebbene sia uno di quei classici che incutono anche un po’ di timore. Tu come ti sei approcciata alla sua lettura?

Secondo me è un libro che, beh, lo vedi e ti dici: “È un librone! Quanto ci metterò, quanto è impegnativo?”. In realtà, è proprio un libro nato per essere accogliente, per essere estremamente accessibile. Anzi, Dumas è stato accusato per tutta la vita di essere troppo semplicione, di essere troppo popolare: è stato, per lui, un disvalore, il fatto di aver avuto così tanto successo. Quindi è divertente che, quasi 200 anni dopo, noi possiamo percepire questo libro come difficile, solo perché è entrato nel grande calderone dei classici. A dire il vero, faremmo uno sgarbo a Dumas, secondo me, a considerarlo ostico, perché è proprio divertente. Anche per come è stato pubblicato: è una gigantesca e mastodontica serie TV.

Sì, infatti, è una serie TV ante litteram!

Esatto! Cioè, il romanzo a puntate, sia per posizionamento, che per tono, che per colpi di scena e gestione di eventi assurdi e macroscopici, è una gigantesca e meravigliosa serie TV, quindi lui sarebbe stato uno showrunner perfetto per un sacco di cose che adesso vediamo.

Chissà quante stagioni ci sarebbero state.

Non lo so. In ogni caso, secondo me, si sarebbe abbastanza preso male, sapendosi “temibile” per i lettori di in un’altra epoca. Non lo avrebbe considerato possibile!

Pensa che tanti, anche tra i miei amici, lo definiscono “Il libro più bello che abbia mai letto”.

Lo immagino, perché alla fine c’è dentro tutto. Ci sono dei sentimenti che sono sempre comprensibili e trasversali, a cui arrivi a livello istintivo e che ti colpiscono a livello viscerale. Solo che, poi, vengono infilati dentro questa incredibile rete di intrighi, di trovate, complice anche l’autore che, ogni tanto, si dimentica delle cose e te le piazza lì: ti rendi conto che Dumas lo ha scritto in corso d’opera, ci vivi insieme. Infatti è stato interessante fare questo esperimento, ossia scrivere delle cose mentre leggevo il libro, perché ti accorgi fin da subito che si tratta di un libro che una persona ha scritto mentre usciva, quasi in diretta. Questo aspetto lo rende estremamente vicino, ancora più accessibile, ancora più vivo. Ti accorgi proprio che c’è anche Dumas in mezzo.

Tra i vari adattamenti, uno dei più celebri è sicuramente lo sceneggiato con Gérard Depardieu. Mia madre ne era appassionatissima. Tu te lo ricordi?

Sì, ho ben presente: Mercédès era interpretata da Ornella Muti. È una delle leggende della mia famiglia: che io sia stata presa in braccio e coccolata da Ornella Muti all’aeroporto di Linate. Mia mamma, ogni tanto, raccontava questa storia, e mi era tornata in mente quando poi mi ero accorta che, effettivamente, lei era stata una delle diverse Mercédès dei mille adattamenti che ci sono stati in Italia. “Ma in che senso?”, le chiedevo. “Ma scusa, ti immagini: passava chiunque altro e te mi davi in braccio alla gente?”, e lei: “Ma no, era Ornella Muti!”. Avrebbe mandato a quel paese chiunque altro, ma non Ornella Muti. Ma poi ti immagini questa, a Linate, che sta vivendo la sua vita e viene là a dire: “Posso coccolare questa bambina?”. Quindi… sono abbastanza convinta che sia una stronzata, una storia di famiglia, ma va beh.

Ma tu, in generale, con la vendetta che rapporto hai? Ti affascina o ti repelle?

A me affascina dal punto di vista narrativo, perché, se ci pensiamo, è un congegno narrativo incredibile, perché ti colloca i personaggi nel tempo, come abbiamo visto benissimo anche in quello che succede nel Montecristo. E poi è complicata, sia dal punto di vista esecutivo, sia dal punto di vista dell’impatto che ha, su chi viene colpito ma anche su chi si vendica, perché è una cosa costosissima da fare. Insomma, a livello emotivo, a livello di senso della giustizia, pone un sacco di interrogativi etici, alla fine, perché te lo chiedi anche di Dantès: lui, quando inizia a vendicarsi, è come se perdesse il diritto a vendicarsi, perché non sei più un innocente colpito da qualcosa che era fuori dal tuo controllo. Al contrario, sei uno che attivamente si siede là e dice: “Bene, adesso ci penso io, sono io la giustizia”. Lui, poi, si intesta la missione dicendo “È la Provvidenza che lo vuole”, perché è molto comodo da fare. Però è davvero un bellissimo garbuglio, dunque dal punto di vista narrativo è meravigliosa. Io, invece, sono la persona più innocua del mondo: non ho proprio né la costanza né le capacità materiali e intellettuali. Non sono una persona che si vendica.

Uno dei fulcri centrali disseminati tra le pagine, tra una parentesi di vita dumasiana e una vendetta di Montecristo, è, senza dubbio, la maternità, sia “subita” sia “attivamente agita”. Riflettere su questo tema così affastellato e intricato, anche alla luce della malattia e della scomparsa di tua madre, ha cambiato, in qualche modo, il tuo approccio alla maternità stessa?

Ne ho parlato e ne ho scritto tanto, anche al di là del libro. È uno dei temi che, per me, sono stati più interessanti ma anche più complicati da trattare, e sicuramente che hanno creato una profondissima trasformazione, per quanto concerne quello che è la tua vita, il tuo presente, la tua idea di futuro, la tua gestione del passato: anche qui, è un grande garbuglione. E poterci pensare all’interno di questa bolla, di questo contesto, di questo laboratorio che ho costruito, è stato molto rivelatorio ma anche molto liberatorio, in un certo senso, perché ho cercato di riordinare dei dolori e, al contempo, di riconoscere anche delle grandi felicità, e di intristirmi per le cose giuste, cioè di individuare per cosa vale la pena crucciarci ed essere arrabbiati/e. Vedendo tutto quanto insieme.

Perché poi, per come funziono io all’interno del tempo e delle cose che mi succedono, vedo davvero tutto quanto insieme: se vedo i miei bambini piccoli, penso a come ero io a quell’età, penso a che madre posso essere io adesso, alla madre che mi piacerebbe essere, alla madre che ho avuto io. Ho cercato di riprodurre tutto questo, ma più che altro è stato inevitabile che funzionasse così, perché davvero è il come la vedo io: in questo grande millefoglie narrativo, è anche il modo in cui io riorganizzo la memoria, riorganizzo le cose che capisco, le cose che ricordo e le cose che vorrei aggiustare.

Sono stata molto più coraggiosa nel libro rispetto a quanto lo sono stata nella vita vera, mettiamola così. Perché ci sono delle cose, dei linguaggi che io non sono mai riuscita a sviluppare, per contesto familiare, per il nostro modo di stare insieme – nel quotidiano io non parlo quella lingua lì -, però sono riuscita almeno a dire delle cose ad alta voce, nel libro. E non ci sarei riuscita senza avere questo filtro, senza avere questo posto nuovo in cui mettere anche quei pensieri, quindi è stato sicuramente molto rivelatorio.

Molto probabilmente, questo libro non sarebbe esistito senza la malattia e la scomparsa di tua madre. In un universo parallelo, se avesse potuto leggerti, quale pensi sarebbe stata la sua reazione?

Chissà, quello è un mistero, perché lei per me è una specie di grande monolite, inconoscibile. Io penso sempre male, perché sono abituata a non ricevere dei rinforzi positivi. Sono proprio cresciuta come un’erbaccia, da quel punto di vista: non ho il metro della soddisfazione, non sono abituata a fare delle cose che vengono accolte con calore o anche con un “Brava, evviva”. E infatti, poi, mi sono resa conto che io, tutte quelle cose, sono andata a cercarle in altri posti, le ho sempre cercate altrove e ho fatto in modo di muovermi in posti che mi potessero fornire anche dei rinforzi positivi. Quindi, davvero, non ne ho idea: istintivamente, mi viene da dire che ne avrebbe pensato tutto il male possibile [ride]. Mi viene proprio viscerale e istintivo dire così, è l’unica reazione che posso aspettarmi: non ho presente un altro tipo di risposta.

E gli altri tuoi familiari, invece, lo hanno letto, lo stanno leggendo o lo vogliono leggere?

Noi, purtroppo, siamo in pochi: c’è mio papà e ci sono i miei zii. Mio papà l’ha letto e l’ha trovato molto commovente. Nonostante non sia sempre un libro tenero o semplice. Ma sono contenta di come l’abbiano presa, perché è un posto dove mia mamma c’è ancora, dove continua a esistere e, soprattutto, io ci credo nella missione “risolutiva” che le ho assegnato, a un certo punto. Sono convintissima che lei ci abbia messo uno zampino per far andare bene le cose, sono convinta che lei abbia detto: “Il mio pezzettino di fiammella lo do al mio bambino piccolo” [il riferimento è all’operazione al cuore subita dal figlio più piccolo appena nato di Crescentini, N.d.R.]. E quello per me è vero, e penso che mio papà l’abbia capito: da quello che mi ha detto, l’ha capito anche lui, quindi di questo sono contenta.

Quella è stata forse una delle parti in cui ho pianto di più…

È stato un incrocio di cose davvero terrificante, perché da una parte tu hai questa idea di vita nuova, di grande futuro, di “germoglietti”, dall’altra parte, invece, vedi una persona che si trasforma, che si spegne, che cambia totalmente, che non riesci neanche più a riconoscere, e soprattutto sai che vedrà la vita nuova fino a un certo punto. Noi, purtroppo, era come se avessimo proprio un timer, o quasi. C’era questa grande consapevolezza del “Sappiamo che finirà”, e quando finirà precisamente, magari, non lo sai, ma sai che c’è poco tempo e che, soprattutto, non ti puoi più confrontare con quella persona nella persona che conoscevi. È stata una cosa agghiacciante da vedere, ed è stato molto difficile, soprattutto poi vivere anche la gravidanza sapendo che pure lì ci sarebbe stata una difficoltà molto probabile. Insomma, quello è stato un momento veramente assurdo.

È stato un momento assurdo, fatto di eventi inspiegabili, perché poi nessuna delle due sciagure, mettiamola così, aveva davvero una catena di nessi causa-effetto che ti permettesse di dire “Ah va beh, è stata ‘sta cosa”. Il che è consolante, cioè: il fatto che cerchiamo di dar la colpa a qualcuno o a qualcosa ti aiuta a rimettere insieme il mondo, a ricomporre un po’ le tue certezze, per quanto poi ti consegnino una spiegazione che non ti risolve comunque una faccenda negativa, ma almeno una vaga idea di ordine cosmico ce l’hai. Noi no, in nessuno dei due casi ce l’avevamo. E questo ti fa molto arrabbiare e non sai con chi prendertela. Questa impotenza è stata poi la base anche del perché ho voluto fare della strada con un personaggio, il conte di Montecristo, che cerca di raddrizzare il mondo e di ricomporlo, per quanto in una maniera violenta e nefasta. Però, ogni tanto, gli dici: “Bene, pigliati anche le mie cose brutte, facciamo qualcosa, pigliati un po’ di questa roba”. È stato catartico.

Sempre a proposito di maternità, tra le molteplici riflessioni emerge anche il tema dell’equilibrio tra vita familiare e lavoro, un argomento culturalmente delicato per le donne, soprattutto per quanto concerne il carico mentale e i ruoli di genere correlati. A un certo punto, per esempio, affermi che “col bambino grande” hai ripreso a lavorare non appena sei stata dimessa dopo il parto, “perché avevo il terrore di rimanere a piedi, che mi dimenticassero, e che non ci sarebbe più stato del lavoro per me, nel mondo reale”. Come va, ora? Hai trovato il tuo equilibrio tra maternità e carriera? O ti ritrovi a lottare anche tu – come molte donne, ancora – contro stereotipi e sensi di colpa?

È sempre un po’ un’opera di equilibrismo. Diciamo che una cosa che ci viene difficile fare – forse anche per costrutti generali, per accumuli culturali – è alzare la mano e dire: “Guarda, qua sarebbe il caso di dividerci le cose, qua sarebbe il caso di prenderle in questo modo”. Cioè, noi donne ci percepiamo molto come l’unico punto di scarico di tutta quanta la catena di processi e di cose che bisogna fare, quando, in realtà, se si fa una famiglia, si fa una famiglia, insieme, quindi non ci dovremmo percepire da sole, o non dovremmo percepire che determinati compiti solo una nostra incombenza, ed è, a livello “naturale e deterministico”, una cosa che devi fare solo tu, una cosa che spetta solo a te, un carico che è solo tuo. Quindi, in realtà, è una cosa che magari, a livello teorico, la mastichi, ma quando poi ti ritrovi nella pratica non è così immediato, perché comunque, magari, ha interiorizzato i modelli che hai visto.

Mio papà, per esempio, mi portava in giro, mi accompagnava per fare le cose, mi portava a scuola e mi veniva a prendere, però per il resto non muoveva un dito. Magari faceva la spesa, ma per tutto il resto non esisteva. E quindi ti basi anche su quello che hai visto, e se quello che vedi continua a essere così, è dura poi che il dopo migliori o che i piatti della bilancia si riequilibrino. Con il lavoro dentro, figurati. Io, da quel punto di vista, ho avuto una famiglia dove tutti quanti lavoravano, e anche mio marito proviene da quel contesto, dunque non si dava per scontato che ci fosse sempre qualcuno a casa pronto a fare le cose. Però dipende dai punti di riferimento che hai, e per tantissime persone quello non è ancora uno scenario così scontato.

Tu hai due figli maschi: come sta andando?

Ogni tanto mi dico: “Oddio, speriamo non siano dei flagelli…”. Se avessi due femmine, mi porrei delle domande diverse. Avendo loro, mi interrogo su che cosa stiamo facendo vedere loro, che cosa stiamo dicendo, come vedono me, come vedono il loro padre, come ci inquadrano. E, quindi, io ogni tanto mi metto là e dico delle cose molto chiare. Bisogna farsi delle domande, e sono felicissima che collettivamente ce le stiamo facendo un po’ di più rispetto a prima, perché altrimenti… aiuto.

“Quello delle femmine è un destino scolpito nel marmo, quello dei maschi somiglia di più a un viaggio su un piacevole velierino che asseconda un refolo di vento mentre ci si fuma un sigaro sul ponte”. Mi sorge inevitabile una domanda: che rapporto hai con il femminismo e le sue battaglie? E come si incarna la tua personale lotta al patriarcato?

Guarda io, quando ho trovato questa differenza di trattamento, mettiamola così, tra le figlie femmine del romanzo – la povera Valentine de Villefort e la meravigliosa Eugénie Danglars, che è il mio unicorno preferito, mi fa volare, ed è anche la nostra quota queer – e i figli maschi, è stata una cosa a cui ho pensato moltissimo. Ma davvero, mi sono resa conto che per le figlie femmine non c’era nessun tipo di via d’uscita, mentre per i ragazzi è più un “Va beh, mi sposo o non mi sposo è uguale: magari riesco ad accrescere il patrimonio di famiglia, riesco a fare il mio da quel punto di vista”, ma il matrimonio non era visto come l’unico sbocco possibile.

Secondo me è inevitabile – da femmina, e da persona che si identifica come femmina -, che quella roba lì sia la tua, non puoi non sentirla tua. In quello che scrivi, in quello dici e che fai esistendo nel mondo, io non mi sono mai posta il problema di dire “Devo posizionarmi in qualche modo”, perché mi viene normale, mi viene spontaneo inserirmi in quel flusso, seguire quei discorsi. Poi ci sono diversi gradi, magari, di presenza, di animazione del movimento, e io quelle cose le seguo, le guardo e le sostengo.

Cerco di tenere vivo il discorso raccontando il pezzo che posso raccontare io – quello del lavoro, quello della maternità, del bilanciamento, del carico mentale, del carico domestico, e anche di cosa possiamo pretendere, di come gestiamo i soldi, di come sarebbe bello che nessuno avesse più il grande problema del dover decidere se fare una cosa o l’altra, ma avere tutte le possibilità a disposizione. Quindi quello è un discorso in cui mi inserisco e in cui sto, ma senza neanche dover pianificare chissà che cosa. Cerco di parlare di quello che conosco meglio, perché è chiaro che sono più utile se parlo di qualcosa che conosco.

Certo: ognuno deve parlarne, se vuole, dalla propria prospettiva specifica.

Esatto, ha più senso che io parli – non essendo un’accademica, non essendo una ricercatrice su quel campo, che è un campo per fortuna che adesso ha spazio e respiro – di quelle cose a livello di linguaggio, di cose che mi succedono, con un punto di vista che spero possa essere utile. E ti rendi conto che anche delle cose che per te sono scontate, magari per altri contesti, per altre fasce d’età, per altri posti, per altri momenti della vita, non sono così facili. E sarebbe piaciuto avere delle ragazze, delle donne un po’ più grandi in cui era possibile identificarsi, vedere una proiezione del futuro, che quando ero piccola io mi dicessero quelle cose lì. Quindi, da quel punto di vista, spero di essere utile, di essere sensata.

Anche tu, come Edmond Dantès, hai un alter ego: Tegamini, attivo sui social da moltissimi anni. Che cosa rappresenta, per te? Dove finisce Tegamini e dove inizia Crescentini? O si tratta, al contrario, di due “presenze” che si intersecano e amalgamano in modo armonioso, senza scollamenti?

Anche qui c’è stata scarsissima pianificazione: era il nome che avevo dato al blog all’inizio, quando l’avevo aperto nel 2010, quando sono andata a lavorare in casa editrice, da Einaudi. Mi sono detta: “Cambiamo città, cambiamo posto, vita nuova, facciamo anche un blog nuovo che magari somigli un po’ di più agli interessi che ho voglia di esplorare, agli esperimenti che voglio fare”. L’avevo proprio considerato un contenitore per le cose che mi andava di scrivere e di raccogliere. E quindi, andando bene quel posto, è poi successo che il nome mi è rimasto appiccicato anche altrove. Puoi avere dei nickname o degli handle diversi, ma poi se la gente continua a chiamarti Tegamini, dici: “Va beh, prendiamo questa cosa qua”. Però non l’ho mai percepita come una personalità alternativa. È come se fosse davvero ancora il nome del blog, o il nome di un contenitore o di una testata, mettiamola così: mi trovi lì. E lì dentro, poi, ci possono essere un sacco di cose: ci possono essere dei video buffi, dei pezzi sul blog in cui parlo di libri o di altro, gli esperimenti di cose che racconto e affini. Non la vedo mai come un’identità, come una maschera.

A un certo punto del libro, affermi: “Potrei amare davvero Montecristo se si degnasse, prima o poi, di dirmi con precisione come si è tirato fuori di lì. Perché anch’io vorrei riemergere, stupenda e corazzata, saggia e sicura, ricomposta. E pure ben vestita”. Dopo questa esperienza di scrittura, come pensi di essere “riemersa”?

Adesso mi sento sperdutissima, perché ho avuto questa cosa da fare che ha assorbito tantissime delle mie energie, dei miei interessi per, alla fine, due anni. Perché il sottotitolo dice “Un anno con il conte di Montecristo”, ma poi ci fai un anno insieme, racconti, poi aggiusti, sistemi, approfondisci, fai un po’ di montaggio, ci lavori, quindi alla fine sono passati due anni. Sono stata così contenta di avere questa cosa da fare per due anni che sì, adesso porto in giro il libro, però mi devo riadattare un po’ al mondo reale. È strano non avere più quella cosa di cui occuparmi in maniera attiva tutti i giorni. Quindi, per me, la domanda che facciamo a Montecristo è ancora validissima: “Vorrei sapere come ti sei tirato fuori, come sei arrivato a questo momento”. Non sono così splendida, secondo me, ma spero che magari Dumas, in qualche altro modo, mi riveli come si è effettivamente trasformato nel magnifico conte di Montecristo.

“Forse sono qui anch’io perché non so dimenticare. Ma, mentre mi impantano in un tempo che non si può cambiare, quello che scordo e mi scivola fra le dita è, spesso, quello che ho davanti. Ne vale la pena? Vorrei chiederlo sia a Montecristo sia a quel che resta di Edmond Dantès. Se Dantès scatena Montecristo sui suoi nemici è perché non può e non vuole scordarsi un bel niente, ma Montecristo ha mai pensato di lasciar perdere? Di tradirlo, anche lui, per ricominciare?”. Dopo questa avventura di ricerca, letteraria, umana ed emotiva, hai imparato un po’ a dimenticare? A lasciar perdere? E a tradirti, in qualche modo? Ad allentare il controllo?

A me sembra di aver forse imparato meglio a badare alle cose giuste e ad arrabbiarmi quando vale la pena farlo, perché sono quelle che puoi modificare, e quindi lasci andare molto di più, lasci andare con più agio. Mi ha fatto bene rimettere le mani sulle cose che non riuscivo a spiegarmi, perché ho creato questo spazio in cui potermi confrontare con tutto quello che è accaduto. Ed è una cosa che, per come funziono io, non sarebbe mai stata affrontata probabilmente in un’altra maniera. Quindi, secondo me, ho un po’ raccolto lungo la strada degli attrezzi che poi mi sono serviti per costruire uno spazio in cui mettere determinate esperienze, e adesso le posso rivisitare con una serenità e forse anche un distacco maggiore.

Che è quello che avviene quando prendi coscienza del fatto che l’irrimediabile esiste, una consapevolezza che fa anche parte del crescere, del riuscire a diventare delle persone più intere, più rotonde. Il fatto che anche quelle cose riesci, a un certo punto, a vederle con la pietà necessaria, a prenderne atto e a dire: “Sì, sono dei sentimenti difficili che abbiamo attraversato, però abbiamo imparato anche delle cose durante quel viaggio”. E io spero che sia sempre un modo nuovo, un altro modo per accumulare gli strumenti che poi saranno utili e, soprattutto, saranno proiettati verso una dimensione dove – come fa Dantès alla fine – riesci finalmente a guardare avanti, a non dire: “Il mio futuro è costituito da tutte le cose brutte che sono successe nel passato, e penso solo a quello”. Dantès ricompone il tempo, alla fin fine, e ricompone le priorità che bisognerebbe darsi.

Molto bella questa espressione.

Sì, secondo me più che un libro sulla vendetta è davvero un libro sull’imparare a strutturare il tempo in una maniera più gestibile, più onesta. Non vedi più solo il prima, ma dici: “Sono forse diventata coraggiosa abbastanza da dire che c’è un futuro, non so cosa ci sarà dentro, ma ho questi strumenti, posso camminare in quella direzione con un po’ più di fiducia”. E poi quell’idea di “Attendere e sperare” che Dumas ci lascia come grande lascito – tutta la saggezza del mondo, eccola qua! Quindi tu dici: “Va beh, sì, attendere e sperare ti sembra tutta ‘sta rivelazione?”, però se ci pensi bene, effettivamente, che cos’altro ci serve?

Sono d’accordo. A proposito di passato, presente e futuro, com’è stato tornare a collaborare con Einaudi, questa volta non più come membro dell’ufficio Marketing, bensì in qualità di autrice?

È stato bizzarro! Sono stata fortunata, perché quando abbiamo iniziato a far leggere in giro il libro c’è stato molto interesse da parte di diverse case editrici che lo volevano ospitare. In fondo è arrivata Einaudi, insieme a un’altra casa editrice. Ho scelto di andare con Einaudi perché vi sono ancora persone con cui ho lavorato anche io e che conoscevo, e sapevo con quanta cura si occupano sia del testo che di tutto quello che serve per far arrivare un libro nel mondo. Quindi sono tornata con grande, grande fiducia e anche con quel grado di schiettezza e di tranquillità nel dirsi le cose che ti viene da un trascorso condiviso. Con i miei colleghi – con cui all’epoca ero seduta al Marketing – posso dire: “Ma qua secondo me no, senti, facciamo così” e così via. È stato molto più semplice. Per me, è stato un bellissimo cerchio da chiudere, e speriamo che sia il primo pezzettino di altre cose belle che potremmo fare insieme.

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Ecco, a questo riguardo… Mi rendo conto sia estremamente prematuro, ma l’esperienza della scrittura ti ha solleticato l’idea di poter scrivere, in futuro, qualcos’altro? In questo senso, hai mai sentito – o stai avvertendo – lo slancio verso la narrativa?

Me lo auguro. Mi è sembrato di aver scritto una cosa che avevo voglia di scrivere con quella struttura lì, con quel mondo lì, con un lessico che poteva essere il mio, ma che io pian piano ho scoperto anche scrivendo, senza dover pensare: “Ah no, qua ho questo testo di riferimento, lo sto traducendo, il tono non può essere davvero il mio”, oppure “Io qui userei questa parola, però l’autore o l’autrice di cui mi devo occupare non so quanto sarebbe d’accordo” e affini. Quindi scrivere, per me, è stato un modo di trovare come suonavo io, dopo tanti anni di scrittura per i social, per dei contenuti, per la pubblicità, per tutti i lavori che ho fatto. Alla fine, è tutta una gestione della voce, una gestione del tono e un adattamento al contesto. Quindi, per me, quella è stata una bellissima ricerca.

Chissà: adesso che so di poter contare anche su questa voce mia, vediamo se la riusciamo a mettere anche da qualche altra parte. Mi piacerebbe molto, ma è come se io non mi fossi ancora resa conto che è uscito il libro, quindi ci vorrà ancora un pochino. Ma è un posto dove mi piacerebbe tornare.

Qual è, invece, il prossimo grande classico che non hai mai letto e che ti aspetta sul comodino, attendendo di essere scoperto?

A me piacerebbe molto leggere Dostoevskij – i suoi libri lunghi lunghi -, perché ho letto Delitto e Castigo: tra l’altro, ci ho messo un sacco, perché a un certo punto mi veniva un’angoscia paralizzante. Ero sinceramente preoccupata, allarmatissima, mi ha proprio sotterrata, quindi è stato difficile. Ma vorrei riprendere in mano questo autore, fosco e meraviglioso. E poi vorrei leggere I tre moschettieri, ora che ho preso questo abbrivio dumasiano. Insomma, ce ne sono di libri che mi mancano: sono molto fortunata.

Ultima domanda: secondo te, John Wick [anche lui assetato di vendetta e ampiamente citato nel libro, N.d.R.] ha letto Il conte di Montecristo?

Non ne sono sicura, perché non lo vedo come un grande lettore. È più uno che si fa una passeggiata col cane – va beh, prima che venga gli venga ucciso -, però non lo vedo come un grande lettore, John Wick. Mentre, non lo so, secondo me, a Dumas e al conte di Montecristo sarebbe piaciuto un sacco John Wick.

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