"Nessuno è mai uscito da Auschwitz. Solo i corpi lo hanno fatto" INTERVISTA

'Ma ti rendi conto di quel che ho fatto?'. Gli ho risposto 'Alberto, tu sei stato la seconda vittima di questa tragedia. Loro ti hanno portato via la spensieratezza, avevi solo 15 anni'.

In tanti, fra quanti hanno avuto la fortuna di non provare in prima persona l’esperienza dei campi di concentramento, hanno provato a raccontarli, in letteratura come al cinema; pochi sono riusciti a farlo con la forza narrativa e l’umanità di Roberto Riccardi, Generale di brigata dell’Arma dei Carabinieri e giornalista, attualmente direttore del Comando carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, che all’Olocausto ha dedicato tre libri.

Uno, in particolare, ha una sua importanza, perché Riccardi è riuscito in un’impresa laddove tutti gli altri avevano fallito: quella di far parlare Alberto Sed, reduce dal lager di Birkenau dove ha visto morire all’arrivo la madre e la sorellina minore Emma di 8 anni, marchiato con il numero A-5491 e spedito al blocco 29.

Per tutta la vita Sed si è rifiutato di far riaffiorare quel dolore, di parlare dell’orrore visto e vissuto nel campo, fino all’incontro con Riccardi, da cui è nato Sono stato un numero.

Sono stato un numero. Alberto Sed racconta

Sono stato un numero. Alberto Sed racconta

Il direttore del Comando carabinieri per la tutela del patrimonio culturale Roberto Riccardi raccoglie la testimonianza di Alberto Sed, sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti. Sed è scomparso nel 2019.
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Quando sentiamo al telefono Roberto Riccardi partire da lì, da quella che poi è stata l’opera prima sul tema della Shoah, è praticamente una naturale conseguenza. Come è avvenuto lo switch, quello che ha fatto scattare la molla in Alberto Sed e lo ha spinto a raccontare ciò che aveva taciuto per oltre sessant’anni?

In realtà è stato tutto molto ‘banale’ – racconta l’autore – In quel periodo, il 2007 circa, ero direttore della rivista Il carabiniere, e avevo pensato di realizzare un servizio in occasione del Giorno della memoria per il 27 gennaio 2008; avevo visto i campi di concentramento durante il mio servizio in Bosnia, ed ero rimasto colpito, tanto da voler approfondire il discorso della Shoah. Cercavo una testimonianza fra i sopravvissuti romani, cercando i nomi su Google, e uno su tutti mi colpì in particolare: Sed.

Non aveva mai parlato, non c’era la sua storia, quindi cercai proprio lui. Cercai sulle Pagine Bianche, c’era un solo risultato con quel cognome, quindi mi decisi a chiamare. Mi risposte una profonda voce di un uomo anziano, e in quel momento ho capito che lui era una persona, non più solo un nome appartenente a un fatto storico. Al telefono mi disse che avrebbe accettato di ricevermi ma fu molto chiaro: nessuna intervista su Auschwitz. Non voleva ricordare.

Gli dissi che accettavo le sue condizioni, che mi avrebbe comunque fatto piacere andare a trovarlo, e che l’avrei disturbato una mezzoretta e non di più.

Andai alle quattro di pomeriggio in un giorno di ottobre del 2007, senza sapere come vestirmi, cosa portare, se mettere la giacca, la cravatta… Alla fine ho portato i pasticcini. A mezzanotte ero ancora lì che chiacchieravo con lui, la moglie e le figlie, che mi portavano il caffè, i confetti, mi facevano sentire a casa.

Probabilmente ha percepito da parte mia un rispetto assoluto nei suoi confronti, e quello gli ha dato la molla per entrare per primo nel discorso. Io volevo fare qualcosa per lui, senza però dargli false speranze, così mi sono dato da fare, ho cercato prima di tutto un editore che avrebbe accettato di pubblicare un libro sulla sua testimonianza, trovandolo ne La Giuntina, casa editrice fiorentina diretta da Daniel Vogelmann, figlio di un sopravvissuto.

Il pomeriggio andavo a casa sua e io registravo tutto quel che lui diceva, perché non volevo prendere la sua storia, volevo vedere la sua anima, e come lui si rapportasse con il presente”.

Che uomo ha trovato?

Un uomo sorridente, che aveva scelto di rispondere con la vita. Aveva tre figlie, sette nipoti, quattro pronipoti. Non l’ho mai sentito parlare male di nessuno, neanche dei tedeschi. Aveva lo straordinario dono di ricordar solo il bene, le persone buone, senza mai menzionare quelle che, invece, gli avevano fatto del male.

Mi sono assunto la responsabilità di scrivere il libro senza farglielo leggere. Finché il 7 dicembre, pochi giorni prima che uscisse, in occasione del suo ottantesimo compleanno, lo ha letto, e mi ha fatto trovare un biglietto con scritta una frase che non potrò mai dimenticare:

Fondamentalmente mi hai fatto uscire da Auschwitz.

Sapevo benissimo che quelle parole avevano un valore immenso. 

Nessuno è uscito da Auschwitz. Solo i corpi lo hanno fatto, ma la mente è sempre stata lì”.

E a riprova di quanto dice Riccardi, esiste un’ampia letteratura sulla sindrome dei sopravvissuti, ed esempi tragici, come quello di Primo Levi, che a causa dei ricordi dell’orrore vissuto nei lager si è suicidato nel 1987. Lui, però, aveva compiuto “il miracolo”: permettere ad Alberto di mettere da parte (dimenticare no, sarebbe stato impossibile) tutto quel che aveva vissuto nei lager.

“Lui non aveva mai più preso un treno, da quando sono entrati in funzione quelli con le chiusure ermetiche, perché gli ricordavano i treni che portavano i prigionieri ad Auschwitz. Alla prima presentazione del libro, da Roma a Firenze, mi ha chiesto lui di andarci in treno“.

C’è soprattutto un episodio, nel passato di Alberto Sed, che lo ha segnato particolarmente, e di cui non aveva osato parlare mai, neppure con la moglie: il ricordo dei neonati lanciati in aria per ordine delle SS, che li usavano come veri e propri bersagli.

Annegati, lanciati in aria, fucilati e torturati: i neonati nei lager

Roberto descrive così quell’episodio nel libro:

Un giorno io e un altro prigioniero ci trovavamo vicini ai carretti per il trasporto dei bambini. Dovevamo farne salire a bordo alcuni, fino a completare un carico. Una SS si avvicinò, indicò con il dito un bimbo di un paio di mesi e disse al mio compagno di lanciarlo sul carretto. Per rendere l’ordine più chiaro, mimò il gesto con le braccia, disegnando un volo molto ampio.

Lanciarlo? chiese il mio compagno, sbigottito. Il tedesco insisté. Gli puntò contro il fucile, urlò, e a lui non rimase che eseguire. In un istante che durò un’eternità, la SS sollevò la sua arma, prese la mira e sparò al piccolo mentre era in aria, come fosse al poligono di tiro. Lo centrò in pieno. Un suo collega, che osservava la scena da vicino, imprecò. Meno male, pensai, c’è ancora qualcuno che ha nel cuore un po’ di umanità. Ma presto quello che aveva brontolato si calmò, si mise una mano in tasca e prese dei marchi. Accennò a un sorriso sforzato, strinse la mano all’altro e gli consegnò il denaro. Impiegai un po’ per capire. Su quel tiro avevano scommesso, ecco spiegata la delusione del perdente.

Lo vidi fare più volte. Ogni volta eravamo noi a dover portare i bambini ai loro carnefici. Noi a lanciarli in aria, sotto la minaccia delle armi, con le SS che si esercitavano a colpirli mentre erano in volo.

Quel ricordo aveva influenzato tantissimo la vita di Alberto.

In tutta la sua vita non aveva mai preso in braccio le figlie o i nipoti, me lo hanno raccontato loro, ma Alberto non aveva mai spiegato perché, nemmeno alla moglie. Quando nel libro ho scritto al plurale, ‘eravamo noi a dover portare i bambini ai loro carnefici’, Alberto in realtà non mi aveva mai raccontato quelle cose confessando che anche lui era stato costretto a farle; sono stati io a intuire che doveva averle fatte.

Un anno dopo l’uscita del libro, parlando con i ragazzi in uno dei tanti incontri a scuola che facevamo, lo ha ammesso: ‘Anch’io l’ho fatto, ma che potevo fare?’

Quel che ho capito parlando con tutti i sopravvissuti è che, al contrario di quanto dicano negazionisti e riduzionisti, nei campi è avvenuto molto di più di quanto è stato raccontato. Nessuno ha mai parlato di orrori del genere, perché nessuno ne aveva il coraggio. Alberto si vergognava profondamente di quanto aveva fatto, ma la verità è che era un ragazzo quindicenne minacciato di morte e costretto a fare quelle cose.

In macchina un giorno mi disse ‘Ma ti rendi conto di quel che ho fatto?’. Gli ho risposto ‘Alberto, tu sei stato la seconda vittima di questa tragedia. Loro ti hanno portato via la spensieratezza, avevi solo 15 anni’. La verità è che se lui non avesse obbedito gli avrebbero sparato, e poi lo avrebbero fatto fare a qualcun altro.

Parliamo di esseri umani che si sono trasformati in mostri. Per dirla con le parole di Karel Stojka, sopravvissuto ad Auschwitz:

Non sono stati Hitler o Himmler a deportarmi, picchiarmi, ad uccidere i miei familiari. Furono il lattaio, il vicino di casa, il calzolaio, il dottore, a cui fu data un’uniforme e credettero di essere la razza superiore.

Ma come è stata davvero possibile questa perdita totale di umanità? Questi ufficiali usavano neonati come bersagli e poi la sera tornavano a casa dalle famiglie e dai figli…

Alberto diceva  che lì dentro era possibile tutto, i soldati vivevano una sorta di alienazione totale; per loro i neonati erano comunque condannati alla morte, sarebbero andati alla camera a gas, insomma hanno finito con il normalizzare tutto. Ci siamo trovati davvero di fronte alla banalità del male, ma il peggio è che non c’è nulla che faccia pensare che, oggi, l’umanità sia al riparo da aberrazioni del genere

Parlando con Roberto Riccardi ci siamo accorti di un affetto vero e sincero nei confronti di Alberto Sed, intuibile dal tono di voce, dal modo in cui lui parla dell’uomo, scomparso nel 2019. E quando glielo chiediamo, lui conferma la nostra impressione.

“Alberto mi ha cambiato la vita, non c’è dubbio, è stato un secondo padre, come io per lui l’unico figlio maschio. Quando stava in ospedale chiamava il mio nome, mentre era sotto anestesia diceva che non poteva morire, perché dovevamo andare nelle scuole a parlare del nostro libro. Mi chiamava il Colonnello. Quando è mancato Alberto per me è davvero mancato un padre. Lui mi ha consegnato la storia che non aveva mai voluto raccontare alla moglie, alle figlie. Lo ha fatto con me“.

Ma nella carriera letteraria di Roberto Riccardi, come detto, ci sono altri libri dedicati ai genocidi perpetrati dai nazisti, come La farfalla impazzita, che racconta la storia vera di Giulia Spizzichino, testimone del massacro delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944 in cui, per rappresaglia all’attenato di via Rasella in cui morirono 33 soldati tedeschi, vennero trucidate 335 persone, nonché fra le principali accusatrici del boia nazista Erik Priebke.

La farfalla impazzita. Dalle Fosse Ardeatine al processo Priebke

La farfalla impazzita. Dalle Fosse Ardeatine al processo Priebke

Roberto Riccardi raccoglie la testimonianza di Giulia Spizzichino, testimone oculare della strage delle Fosse Ardeatine e fra le principali accusatrici di Erik Priebke, che nei lager ha perso 26 familiari.
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Nel caso di Giulia è stata la casa editrice a chiedermi di occuparmi di un libro che raccontasse la sua storia. Lei aveva un diario che voleva pubblicare, ma aveva bisogno di aiuto. Dissi ai miei editori che non avevo tempo per occuparmi di quella cosa, ma che l’avrei consigliata se avesse avuto necessità; quando però sono entrato a casa sua ho capito che non potevo non scrivere un libro che ne raccontasse la vita.

Quella donna aveva sofferto tantissimo; non era stata una deportata, ma aveva visto morire 26 familiari, 19 nei lager e 7 alle Fosse Ardeatine. Aveva condotto la missione in Argentina per ottenere l’estradizione di Priebke, insomma aveva grandi ferite mai rimarginate che dovevano essere raccontate“.

Infine, dopo due storie vere, è la volta de La foto sulla spiaggia, romanzo inventato ma che Roberto Riccardi ha costruito traendo ispirazione da un altro fatto realmente accaduto.

La foto sulla spiaggia

La foto sulla spiaggia

Roberto Riccardi immagina il "come sarebbe andata se" di Alba, una ragazza morta nei campi di concentramento.
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Quando ho cercato l’editore per il libro di Alberto, sono andato a trovare Daniel Vogelmann, figlio di Schulim, un sopravvissuto, l’unico ebreo italiano salvato da Oskar Schindler. Era entrato nel lager assieme alla moglie e alla figlia di 8 anni, Sissel, che vuol dire ‘dolce’, ma solo lui ha fatto ritorno. Sissel è morta il giorno stesso del suo arrivo ad  Auschwtiz, con la mamma. 

Schulim si è risposato, ha avuto Daniel, che ha sempre vissuto con un sentimento di nostalgia il pensiero di quella sorellina mai conosciuta. Così, ho pensato di scriverne; non potendo fare la biografia di una bambina di 8 anni, ho pensato di rovesciare la prospettiva, raccontando la vita che non aveva vissuto, ma che avrebbe potuto vivere. Quindi ho immaginato Alba, una bambina che si salva dall’Olocausto, cresce nell’Italia della ricostruzione, si innamora e diventa grande.Quello che Sissel non ha avuto“.

Infine, una riflessione sul timore che si possa tornare alla normalizzazione del male e su come tutto ciò si possa evitare.

I nostri ragazzi non sono cattivi, ma sono campi che vanno seminati e arati. A questi ragazzi basta sentire parole dette da qualcuno che si metta al loro livello, per cancellare certe idiozie razziste e discriminatorie. In tutti gli incontri che io e Alberto abbiamo fatto nelle scuole, non c’è mai stata una sola volta in cui, al termine, abbia pensato che non ne fosse valsa la pena“.

Articolo originale pubblicato il 16 Febbraio 2021

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