In un’intervista di qualche tempo fa per Vogue, Marjane Satrapi è tornata a parlare di rivoluzione. Non quella islamica, che la fumettista e regista iraniana aveva raccontato nel suo folgorante esordio Persepolis, ritratto del suo Iran costretto a fare un balzo indietro nel tempo in seguito agli avvenimenti politici degli anni Settanta. Un nuovo tipo di rivoluzione, che parte non dal gruppo, ma dal singolo.

A 30 anni mi sono detta “Cambierò questo mondo” e dopo 10 anni era il mondo che stava cambiando me. Sono diventata una persona cinica che non credeva più a niente. E così mi sono detta “Mi sto perdendo” e ho deciso “Okay, d’ora in poi cambierò me stessa, e se cambio me stessa, cambierò un po’ di questo mondo. Cercherò di essere una persona migliore”. Non ci riesco sempre perché il mio lato cattivo è grande, ma ci provo… ci provo.

La storia di Marjane Satrapi

Marjane Satrapi nasce nel 1969 a Rasht, in una regione dell’Iran affacciata sul Mar Caspio, ma cresce a Teheran, dove suo padre lavora come ingegnere e sua madre come stilista. Discende da aristocratici iraniani, come del resto molti altri connazionali: il bisnonno materno Nasser-al-Din Shah, imperatore persiano dal 1848 al 1896, ha avuto cento mogli e tanti, tantissimi figli.

Quando Marjane è ancora bambina, i suoi genitori (intellettuali marxisti e con lo sguardo sempre rivolto all’Occidente) prendono posizione contro lo Scià e contro la monarchia. Quando la rivoluzione arriva, però, la situazione precipita: il regime di Khomeini priva gli iraniani delle loro libertà individuali. L’amato zio Anouche, leader del Partito comunista, viene giustiziato per le sue opinioni politiche.

Così, nel 1984, viene mandata a studiare in un liceo francese di Vienna, in Austria: torna in Iran quattro anni dopo, per studiare alla scuola di Belle Arti, ma il richiamo dell’Europa è troppo forte. Dopo un brevissimo e fallimentare matrimonio con un giovane artista, nel 1994 parte per la Francia per studiare arti decorative e lì la sua vita cambia per sempre.

A Parigi conosce molti fumettisti e capisce che quella è la sua strada. La lettura di Maus, graphic novel di Art Spiegelman, le indica la direzione: qualche anno dopo, nel 2000, pubblica il fumetto Persepolis, che racconta la rivoluzione iraniana con ironia, attraverso i suoi occhi di bambina e adolescente ribelle.

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Il successo dopo Persepolis

Persepolis è un successo commerciale e di critica in tutto il mondo, ma nel 2004 Marjane Satrapi decide di pubblicare il suo ultimo fumetto e dedicarsi al cinema. In un’intervista del 2007 al New York Times motiva la sua scelta, spiegando che non è una vita facile, quella dei fumettisti.

Alla gente piace scrivere o disegnare. A noi piace fare entrambe le cose. Siamo come i bisessuali della cultura. Le persone non hanno alcun problema se sei omosessuale o se sei eterosessuale, ma se sei bisessuale hanno più problemi con te.

Il cinema, invece, è più immediato:

i fumetti sono stati creati contemporaneamente al cinema. E il cinema è diventato molto rapidamente un’arte importante. Il fumetto non è diventato un’arte importante. C’è una ragione dietro. Le persone non sanno come comportarsi con i disegni.

Dopo aver realizzato due lungometraggi animati tratti dalla sua opera d’esordio e dal successivo Pollo alle prugne, nel 2019 gira Radioactive, tratto dall’omonima biografia su Marie Curie e interpretato da Rosamund Pike e Sam Riley.

Il femminismo

C’è chi considera Taglia e cuci, un fumetto di Marjane Satrapi pubblicato nel 2003, il primo libro sul #METOO e precursore della quarta ondata del femminismo. Nel libro ci viene data la possibilità di entrare nelle chiacchiere più intime e libere di un gruppo di donne, alle prese con la quotidianità, i pettegolezzi e un mondo ancorato nel passato che le vede protagonisti come madri e compagne, ma relegate in fondo al sistema patriarcale. Ed è con questo spirito che nel 2017, al culmine dello scandalo Weinstein, ha creato un logo per tutte le donne vittime di abusi, ispirato (e dedicato) all’ormai celebre pugno chiuso di Asia Argento.

 

 

Parlando della sua mostra personale a Parigi, nell’autunno 2020 presso la galleria Livinec, Marjane Satrapi è tornata a parlare di femminismo. Le donne sono e restano al centro dei suoi pensieri, ma prende le distanze da ogni forma di radicalismo e dal moralismo quasi religioso di alcune posizioni.

“Questo lato moralista mi fa davvero incazzare. Non voglio essere definita un assassino per aver mangiato un pollo”, ha spiegato in un intervista alla stampa, riportata da France 24. “Quando il secolarismo diventa una religione tanto intollerante quanto la religione estremista, diventa abietto”.

Il femminismo si basa sul fare. Se dimostro che anch’io posso fare qualcosa, anche meglio di un uomo, ho vinto la battaglia e ho anche dato l’esempio.

 

Per vivere le storie e i disegni di Marjane Satrapi:

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