I dati lo dimostrano: il mondo è "Per soli uomini" | INTERVISTA

La discriminazione di genere, spesso subdola e invisibile a livello superficiale, riguarda tutti gli ambiti della nostra quotidianità, dalla medicina al design. Un volume, edito da Codice edizioni, ne svela i dati, mettendone in risalto l’estremo maschilismo.

Forse ve ne sarete accorti, ma, per le donne, fare fotografie o scrivere un messaggio con una sola mano, mediante un iPhone, è più difficile del previsto. Perché? Discriminazione di genere. Sebbene le donne siano le loro maggiori acquirenti, gli smartphone, infatti, sono ancora progettati prendendo, come metro di misura, la mano “standard” di un uomo “standard”.

Peccato che la mano di un uomo sia, in media, più grande di 2,5 centimetri rispetto a quella di una donna, rendendo, così, più complessa la fruizione, da parte di quest’ultima, di un semplice cellulare.

L’esempio sopracitato è solo uno degli innumerevoli casi emblematici proposti da Per soli uomini. Il maschilismo dei dati, dalla ricerca scientifica al design, l’approfondito volume di ricerca redatto dai giornalisti Emanuela Griglié e Guido Romeo ed edito da Codice Edizioni.

Per soli uomini

Per soli uomini

Dalla medicina al design, fino al mondo dell'informazione e alla ricerca scientifica, non vi è ambito in cui il maschilismo non si palesi in maniera presuntuosa e arrogante. Lo rivelano anche i dati, sapientemente ordinati e spiegati dai giornalisti Emanuela Griglié e Guido Romeo.
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Lo scopo del testo è, infatti, il seguente:

[proporre] qualcosa che avesse tanti esempi e che potesse essere letto da tutti, affinché tutti possano accorgersi che le disuguaglianze di genere pervadono il nostro quotidiano.

E ci sono riusciti egregiamente. Il volume, lineare, conciso e ben strutturato, passa, appunto, in rassegna alcuni degli ambiti in cui il maschilismo e, in generale, la discriminazione nei confronti delle donne, si palesa in maniera inequivocabile, dalla medicina all’infosfera, dal design alla fisionomia delle città, fino alla ricerca e ai media.

Nel farlo, tuttavia, i toni dei due autori non risultano mai austeri o accusatori, bensì, al contrario, rivelano le difficoltà incontrate dalle donne mediante la mera oggettività e “spontaneità” dei dati raccolti, proponendo, talvolta, soluzioni e ponendo in risalto anche gli esempi virtuosi riscontrati a livello internazionale.

Ne abbiamo discusso con Emanuela Griglié, con cui abbiamo commentato il maschilismo presente in tutti i settori presi in considerazione dal volume (e non solo).

Come è nata l’idea, e a chi dei due? E come è avvenuto il processo di ricerca?

“Io e Guido siamo colleghi e lavoriamo a molti progetti insieme, da tanti anni, quindi avevamo già collaborato in altri contesti e siamo “rodati” – anche se abbiamo due metodi di lavoro opposti e tra un po’ ci picchiamo [ride, ndr].

Entrambi ci occupiamo di innovazione e ci interessiamo di tematiche di genere e questioni femminili. Io, nello specifico, era da un po’ che volevo fare qualcosa in questo senso, perché da tempo facevo la “collezione” di articoli di giornale con titoli orrendi, in cui magari si leggeva con toni trionfali «La prima donna che…», e simili, senza specificare nomi e/o cognomi.

Raccogliendoli, ci rendevamo conto che c’era qualcosa che non tornava: proclami con presunti passi avanti, ma privi di riscontri veri e propri nella vita di tutti i giorni.”

Un esempio?

“Quello che ci ha dato lo spunto per strutturare il libro. Due anni fa, infatti, la NASA – che, come sappiamo, è stato un club per soli uomini fino al 1978, dal quale le donne erano assolutamente escluse, addirittura con credenze assurde sulla correlazione tra mestruazioni e spazio –, ha aperto alle donne, e, in perfetto spirito dei tempi, ha avviato una grande campagna di pinkwashing, sponsorizzando una missione tutta al femminile con gran fanfara.

Peccato che il giorno prima di partire la missione sia stata annullata, perché ci si era resi conto che, in tutta la stazione spaziale, ci fosse solo una tuta la cui taglia potesse andare bene a una donna.”

Pinkwashing: tra aziende che ci credono e furbi lavaggi di coscienza

Assurdo.

“Sì, sembrava quasi incredibile. In questo modo, però, abbiamo capito che spesso ci sono delle campagne, soprattutto mediatiche, che tentano di spingere e promuovere le donne, ma che, se poi si guarda alle infrastrutture sociali, ai modelli di lavoro o ai dispositivi di sicurezza – dalle tute spaziali agli assistenti vocali, dalle cinture di sicurezza delle auto alle app –, ci si accorge che viviamo ancora in un mondo a taglia unica, pensato per un utente spacciato come neutro ma che, in realtà, è il solito maschio standard, con una determinata altezza, età, etnia e un determinato peso.

Uno standard che, a oggi, è ben poco rappresentativo, non solo per le donne, ma per tutta la società nel suo complesso, ora altamente diversificata.”

E i dati, come si inseriscono in questo contesto?

“Guido si occupa da sempre di giornalismo dei dati, quindi abbiamo voluto fare un lavoro che fosse numerico, preciso, e quantificasse questi bias, squilibri e pregiudizi ancora in vigore nella nostra società e di cui spesso ci dimentichiamo, perché ne siamo quasi assuefatti – anche se si sta scomodi nelle scarpe più grandi.”

Come avete organizzato il materiale?

“La prima fase è stata dedicata alla raccolta di dati e ricerche (moltissime), che abbiamo, poi, tentato di rendere il più “masticabili” possibile per tutti. Questo è stato il lavoro più grande, perché non volevamo che il volume risultasse complicato o rivolto solo agli addetti ai lavori. Perciò abbiamo voluto interpretare e “tradurre” i dati mediante numerose interviste ed esempi.”

Avete in mente di pubblicare altro, dato che la documentazione raccolta è così ingente?

“Sì, ci stiamo pensando. Anche perché, per fortuna, il libro sta andando bene e molte persone ci hanno fatto proposte su possibili evoluzioni. Abbiamo, infatti, dovuto elidere molti settori a proposito dei quali, tuttavia, le cose da dire sarebbero state molteplici.”

Quali?

“Penso, per esempio, a tutte le discipline legate all’arte, alla cultura, alla letteratura, in cui, sicuramente, ci sono squilibri notevoli.”

Entrando più nel merito, mi ha molto colpito un dato da voi posto in apertura e riportato dall’indice di genere del Forum per lo Sviluppo delle Nazioni Unite: 9 persone su 10 hanno ancora pregiudizi nei confronti delle donne. E, spesso, sono proprio le donne ad averli. Come possiamo spiegare questo dato, dopo decenni e ondate di femminismo?

“È un dato che lascia a bocca aperta, soprattutto perché uscito lo scorso anno, nel corso della pandemia, e non 50 anni fa. Purtroppo si tratta di pregiudizi radicatissimi, che, appunto, spesso derivano anche dalle donne. Lo si evince negli ambiti della ricerca scientifica o del lavoro, dove, per esempio, le donne che giungono a posizioni apicali tendono, poi, ad adottare degli atteggiamenti e dei criteri cosiddetti “maschili” nei confronti dei sottoposti, e di penalizzare, loro per prime, le donne.

Sintomo del fatto che le infrastrutture – in senso lato – restano maschili, motivo per cui, se una donna si vuole affermare professionalmente in un sistema plasmato sul (e per il) maschio, inevitabilmente, e purtroppo, se ne assumono atteggiamenti per “galleggiare” all’interno di quella stessa struttura. Bisogna, quindi, smantellarne le fondamenta.”

Secondo voi, qual è la soluzione più concreta per contrastare il “maschilismo dei dati”?

“Più che concreta, noi proponiamo una soluzione “pragmatica”. Come sappiamo, le donne non sono una minoranza, bensì rappresentano il 51% della popolazione. Se esse, dunque, in qualità di consumatrici, iniziassero ad arrabbiarsi e a smetterla di comprare determinati prodotti o ad accettare situazioni non adatte a loro, le aziende e le istituzioni, naturalmente, dovrebbero adeguarsi.

Faccio un esempio che non c’è nel libro perché recente, ma che, secondo me, è molto importante. Qualche mese fa, a Londra, si è verificato un terribile omicidio di una donna di 35 anni scomparsa dopo una cena e poi ritrovata cadavere. Nei media, come sempre, hanno iniziato a comparire articoli paternalistici, della serie: donne, dovete stare attente, non uscire la sera, non prendere mezzi pubblici, e simili.

Per la prima volta, però, le donne si sono incazzate e hanno promosso delle manifestazioni, avanzando la pretesa di disegnare delle città e dei mezzi di trasporto più sicuri per le donne e, di conseguenze, per tutti – perché, a guadagnarci, ci sarebbero i cittadini nel complesso.”

Il vostro volume si apre affrontando le disparità di genere in ambito medico. Dal 2018, in Italia, è in vigore una legge che promuove una medicina “genere specifica”: come sta andando? È davvero rispettata? Ci sono stati dei riscontri positivi?

“Ni. L’Italia è avanti rispetto ad altri Paesi, ma in ambito globale la situazione non è molto cambiata. I vaccini contro il Covid-19 ne sono un emblema, e dimostrano chiaramente che uomini e donne non sono uguali, non reagiscono allo stesso modo ai farmaci e che le seconde hanno il 75% in più di rischio di sviluppare effetti collaterali indesiderati e simili, perché, ovviamente, le sperimentazioni sono sempre effettuate sul solito modello standard.

E non solo. Come si legge sul Guardian, pare che anche il vaccino Pfizer abbia un impatto – non grave – sul ciclo mestruale: dato di cui, naturalmente, tutti se ne sono fregati. Una dottoressa americana ha, però, aperto un blog e ha iniziato a registrare casi di donne che, dopo l’assunzione del vaccino, hanno avuto fluttuazioni transitorie – di 4/5 mesi – sul ciclo mestruale. Un altro esempio di come delle particolarità femminili non se ne faccia carico (quasi) nessuno. A causa degli ormoni, infatti, le sperimentazioni sulle donne dovrebbero essere molto più lunghe, perché le donne stesse sono diverse in base al momento del ciclo, pertanto i risultati sono sempre dissimili.”

Un altro dato preoccupante è la persistenza di tabù circa le mestruazioni e affini – cui si aggiungono anche molti casi di mansplaining, ossia di uomini che vorrebbero spiegare alle donne come “funzionano” biologicamente. Come possiamo abbattere questa vergogna?

“Secondo me, nei paesi occidentali, un po’ se ne sta uscendo: ad esempio, sono molte le iniziative social o le pubblicità televisive che stanno cercando di uscire da questa cultura del tabù. È anche vero, però, che il dolore delle donne viene spesso sottostimato o liquidato alla stregua di qualcosa di psicosomatico, e che, soprattutto, non si investe abbastanza nella ricerca delle patologie tipicamente femminili, endometriosi in primis.”

"Il ciclo non deve costringere a letto nessuna: parliamo di endometriosi"

A proposito di ricerche “fallite”, non si può dimenticare anche quella sul “pillolo” anticoncenzionale maschile, poi abbandonata pur se foriera di buoni risultati. Per quanto tempo, ancora, saremo soggette al nostro “destino biologico”?

“Purtroppo non lo so, ma temo che non sarà una questione che si risolverà a breve. Per quanto riguarda il “pillolo”, però, ne ho parlato proprio recentemente con Guido, che mi ricordava come certi farmaci, per motivi culturali, non abbiano avuto un futuro: avremmo potuto inserirlo!”

Cambiando settore: nel testo, si ragiona anche su come i bias di genere influenzino sempre di più gli algoritmi e i sistemi computazionali. Far accedere le donne a posizioni apicali sarebbe sufficiente per cambiare questa “assimilazione” discriminatoria?

“Non penso. Le intelligenze artificiali, infatti, si nutrono, come bimbi piccoli, di ciò che trovano online, quindi tendono a introiettare i pregiudizi che troviamo in rete, vedendo immagini o leggendo le informazioni che ci sono su internet. Questo settore è particolarmente complicato.

Un altro esempio recente: al MIT di Boston hanno fatto da poco un esperimento con un algoritmo che doveva discernere che cosa fossero un uomo e una donna, “mangiando” dati su internet e facendo distinzioni in base a delle immagini di volti a esso proposte – e che l’algoritmo aveva il compito di completare. Quasi sempre, al volto maschile ha associato giacca e cravatta, mentre al volto di Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane deputata democratica statunitense, ha correlato un bikini rosso: e tutto questo lo ha fatto e imparato da solo!”

Impressionante.

“Sì, e spesso non calcoliamo quanto questi sistemi siano impattanti nella nostra quotidianità: dall’avere un mutuo all’essere selezionate per un lavoro mediante LinkedIn o qualsiasi altro motore di ricerca, se è l’algoritmo ad avere pregiudizi, ahimè, non se ne esce.

Abbiamo voluto parlare di numeri proprio per questo: per dimostrare che il “dato”, considerato spesso come neutro, in realtà non lo è affatto.”

Un altro dato scioccante è l’aumento degli infortuni gravi per le donne sul posto di lavoro. Come si può intervenire?

“Per esempio, studiando gli effetti nocivi di alcuni prodotti in settori lavorativi considerati tipicamente femminili, come quelli dei solventi chimici utilizzati da parrucchieri ed estetisti o i detergenti delle imprese di pulizia, che, se combinati, possono portare a effetti pesanti: di questi ultimi, nessuno se ne occupa, mentre sappiamo tutto sugli effetti delle polveri nocive per i minatori e i lavoratori dei cantieri.”

Un altro caso è quello dei dispositivi di sicurezza individuale.

“Esatto. Quello più riportato è sicuramente il caso dei giubbotti antiproiettile, che non funzionano perfettamente se si ha il seno – come succede, nella maggior parte dei casi, per le donne. In generale, in ambiente militare, se, nel tempo, si è cercato di progredire con la ricerca di nomi adeguati per le gerarchie, il discorso sulle strumentazioni è, invece, ancora “arretrato” a livello di inclusione, perché quasi tutto è rimasto ancora al maschile e, in caso di necessità, “girato” al femminile.

Per esempio, l’esercito svizzero ha permesso solo poche settimane fa alle donne di non utilizzare più le mutande da uomo. E questo vale anche per gli stivali, le divise e affini: è evidente quanto, spesso, ci si ritrovi costrette ad accettare taglie non nostre.”

Per quanto riguarda il marketing, invece: come proteggerci dagli episodi di pinkwashing?

“Questa è difficile! Nel design, ci sono alcuni casi eclatanti, come: prendi una cosa, falla rosa, aumentane il prezzo e di’ che è da donna. È il caso di rasoi, automobili e similari. Ma direi che dipende dal settore.”

Senza dimenticarci, poi, la dicotomia che riguarda un po’ tutti gli ambiti, ossia quella tra “santa” e “p**tana”, come si evince con chiarezza anche nel caso della toponomastica, dove i (pochi) nomi delle vie sono dedicati a figure di sante. Qualcosa, però, si sta smuovendo per colmare questo deficit. Quali sono le iniziative più interessanti, a vostro avviso?

“Oltre a quelle per ribattezzare le strade, ce n’è uno, in particolare, molto valido: quello del collettivo messicano delle Chicas, che ha fatto un passo in più rispetto al battersi per il nome delle vie e per una giusta rappresentazione. Esse, infatti, si sono accorte che tutti coloro che partecipano alla costruzione delle mappe online sono maschi, che, in quanto tali, recensiscono solo i siti di loro interesse, dimenticandosi, per esempio, di attività quali consultori, cliniche per abortire, centri per l’infanzia etc. Istituzioni che esistono, nella realtà, ma non sono presenti sulle mappe.

Le Chicas, quindi, si stanno battendo per avere più donne che partecipino a questa edificazione, e stanno ottenendo notevoli risultati.”

Per giungere all’ultimo focus del volume, ossia il rapporto tra donne e “prima pagina”, vorrei commentare con te due episodi mediatici recenti: l’esclusione di Aurora Leone dalla Partita del cuore e il diniego di Rula Jebreal alla partecipazione a Propaganda Live. Che cosa ci rivelano questi casi? Quanto siamo lontani dalla vittoria sul patriarcato?

“Tanto. Ti dirò, la parte sui media e l’informazione non volevamo neanche scriverla, perché attendavamo un report mondiale in cui si monitorano giornali e televisioni dal punto di vista della rappresentazione di genere. I dati, però, sono risultati praticamente uguali a quelli degli scorsi anni, motivo per cui abbiamo deciso di parlarne.

Nell’informazione, infatti, in Italia siamo molto indietro: le ministre sono sempre chiamate con i nomi di battesimo, così come le vincitrici dei Nobel sono come le “Thelma e Louise” della scienza (o altro).

Per quanto concerne i due casi citati, quello di Aurora Leone ci rivela il ruolo decisivo dei social, senza i quali la polemica non avrebbe avuto echi così grandi. Quello di Rula Jebreal, invece, dimostra quanto sia importante cambiare le dinamiche di potere e quanto sia profonda l’idea che non ci siano donne competenti (come si può intuire dalle risposte degli autori del programma televisivo).

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In Italia, per esempio, abbiamo solo un direttore donna di quotidiani (La Nazione di Firenze): il direttore maschio, invece, raramente nomina donne come co-direttrici o vice. Le campagne di “sensibilizzazione” sono numerose, ma quando poi si tratta di effettuare modifiche concrete, queste non si verificano. Lo denota anche la politica (come gli incarichi dell’ultimo governo Draghi), e persino la sinistra, che si definisce progressista ma che è spesso colta in fallo.

In questo senso, è stato essenziale anche il contributo della giornalista internazionale Barbara Serra (Al Jazeera, Sky), incazzata con il giornalismo italiano perché non la considera come lettrice e non si sente, da esso, rappresentata. Lei aveva fatto anche un conteggio a proposito della trasmissione di Fabio Fazio e della rappresentazione di donne e uomini: escluse le donne dello spettacolo, le donne invitate sono state tre (nel periodo preso in considerazione), di cui una era Samantha Cristoforetti.

Tradotto: se per gli uomini, per essere ospiti di Fazio, basta scrivere un libro, le donne, per essere invitate, devono andare come minimo nello spazio! E questo dà una misura del peso delle competenze richieste.”

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