"La figlia preferita": intervista a Morgan Dick

Due sorellastre che non si conoscono, Mickey e Arlo, si "ritrovano" mediante una serie di strategie messe a punto dal padre Adam. Morto. Alla scoperta de "La figlia preferita", il romanzo d'esordio di Morgan Dick edito da Fazi Editore.

Vi è mai capitato di restare svegli fino a tarda notte – dovendo lavorare il giorno successivo, non nel weekend – pur di finire un libro? A me sì, da poco, con il romanzo d’esordio di Morgan Dick, La figlia preferita, edito da Fazi Editore. Senza paura, il libro più bello letto finora nel 2026.

L’idea che dà abbrivio alla trama è a dir poco brillante: due sorellastre che non si conoscono, Mickey e Arlo, si “ritrovano” mediante una serie di strategie messe a punto dal padre Adam. Morto. Le sue volontà testamentarie, infatti, sigillano un’indicazione ben precisa: la figlia Mickey, abbandonata da bambina – ora maestra d’asilo incline all’alcolismo (tratto ereditato, anch’esso, dal padre, alcolizzato e violento) – potrà ricevere la sua eredità da 5 milioni di dollari solo se si sottoporrà a un ciclo di 7 sedute di psicoterapia da cinquanta minuti ciascuna.

Con chi? Ma certo, con Arlo. La figlia, in apparenza, preferita, nata dalla “seconda vita” di Adam, totalmente plasmata da quest’ultimo in un rapporto morboso e vischioso, viziata, amata ma anch’essa, in qualche modo, abbandonata alla morte del padre, che decide di privarla di qualsiasi eredità nonostante l’accudimento serrato riservatogli durante la malattia.

Mickey e Arlo si ritroveranno, così, a confrontarsi su un terreno comune: quello del lutto, della delusione e della consapevolezza, in grado, però, di tramutarsi in un concime fertile per un processo di cura e riconoscimento – di se stesse e reciproca -, in un gioco di specchi che le aiuterà ad affrancarsi dai lasciti di un padre inadatto e “tremendo al novanta per cento”.

Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice Morgan Dick.

A proposito della trama, l’espediente narrativo è geniale: cosa ti ha ispirato a costruire questa storia?

La storia è nata in parte guardando mio padre, che è stato adottato, incontrare per la prima volta la sua famiglia biologica quando aveva circa cinquant’anni. È stato incredibile (e un po’ inquietante) vedere quanto lui e i suoi fratellastri fossero simili – non solo nell’aspetto, ma anche negli hobby, negli interessi e persino nei modi di fare. Questo mi ha portata a chiedermi cos’altro potrebbero avere in comune due fratellastri cresciuti separatamente. Poi mi sono domandata quale sarebbe stato il modo in assoluto più imbarazzante per due sorelle perdute di potersi finalmente ritrovare, e la risposta mi è arrivata all’istante: in una stanza di terapia, come psicologa e paziente, senza avere la minima idea di essere davvero imparentate.

Ho adorato il fatto che, spesso, tu abbia usato le stesse identiche frasi per descrivere le due sorellastre, Mickey e Arlo (penso, per esempio, all’inizio, dove entrambe “corrono e rallentano”). Perché hai fatto questa scelta stilistica? È un modo per mostrarci che, in fondo, le due protagoniste non sono poi così diverse?

Sono felicissima che tu l’abbia notato! Sono stati alcuni dei passaggi che ho amato di più scrivere. Volevo mostrare come queste due donne reagiscano a certe cose nello stesso modo. Sono persone molto diverse, ma sono cresciute entrambe con lo stesso padre (enormemente problematico!), e questo significa che condividono alcuni degli stessi schemi di comportamento.

Questo è il tuo romanzo d’esordio: puoi raccontarci com’è andato il processo creativo? Hai mai incontrato ostacoli o vissuto momenti in cui lo scoraggiamento ha preso il sopravvento? Se sì, come li hai superati, e cosa ti ha dato la spinta per andare avanti?

Onestamente, è stata una gioia enorme dall’inizio alla fine. Il che non significa che sia stato facile! Questo era il quinto o sesto manoscritto completo che scrivevo e provavo a pubblicare, quindi, a quel punto, avevo imparato molto su come funzionano i romanzi e su quanto tempo richiedono. Passi un’eternità a sgobbare sulla prima stesura, poi la rileggi sperando disperatamente che non sia terribile, e quando scopri che terribile lo è davvero, riscrivi tutto da capo, ancora e ancora e ancora, finché alla fine funziona. Detto così il processo sembra doloroso e orribile, e in un certo senso lo è, ma in qualche modo è anche divertentissimo! Ho sempre amato la revisione. Scrivere un libro è come progettare un puzzle per se stessi. Adoro ripercorrere un manoscritto cercando di far combaciare i pezzi. Se mi capita di bloccarmi davvero, di solito mi aiuta allontanarmi per un po’ dal lavoro (possono essere poche ore, come qualche settimana) e tornarci con occhi nuovi.

Un’altra chiave è stata farmi aiutare! Lungo il percorso ho ricevuto riscontri incredibilmente preziosi, prima dalla mia agente e poi dai miei editor. Tutti avevano il dono di fare domande bellissime. Durante il mio primo grande editing strutturale, la mia editor canadese mi ha chiesto cosa rendesse così indelebile il legame tra le sorelle – perché sembrano capirsi come nessun altro sa fare. Riflettere su quella singola domanda mi ha aiutata ad approfondire l’intera narrazione.

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I temi chiave del romanzo sono tanti: si incontrano relazioni familiari disfunzionali, malattia mentale, alcolismo, abbandono, lutto, attaccamento tossico, controllo, manipolazione, violenza (sia verbale che economica), ma anche sorellanza e solidarietà femminile, il desiderio di un futuro migliore e una voglia di riscatto e di cambiamento. Eppure la sensazione complessiva che se ne ricava non è mai quella del “troppo”, ma piuttosto quella di un mosaico ben costruito, armonioso ed equilibrato: come sei riuscita a tenere insieme tutto in modo così efficace? E qual è stato il tema centrale da cui è scaturito tutto il resto?

Tanto per cominciare: grazie! È un complimento estremamente generoso.

L’ho già lasciato intendere, ma direi che la chiave è stata il tempo, la pazienza e tantissima revisione. Non sono molto brava a pianificare i miei libri in anticipo (magari un giorno imparerò!), quindi finisco per fare moltissime stesure. Tipo, davvero tante! Ma il vantaggio di rivedere una storia così tante volte è che puoi stratificare elementi diversi man mano che procedi (invece di cercare di rendere tutto perfetto al primo tentativo).

Quanto al tema centrale: quando inizio un progetto, di solito ho una domanda di fondo a cui sto cercando di rispondere. In questo caso era la domanda se le persone rotte possano davvero guarire. Mickey si chiede se le persone possano davvero cambiare. Secondo me possono, eccome, e lo fanno. Le persone cambiano ogni minuto.

La storia è anche l’emblema di quanto la famiglia influenzi profondamente il nostro rapporto (da adulti, e non solo) con il mondo e con gli altri. Penso a Mickey, che sembra aver ereditato l’alcolismo del padre, e ad Arlo, totalmente plasmata da una relazione tossica con il padre al punto da sottoporre ogni decisione della sua vita al suo giudizio, con serie ripercussioni persino sul suo lavoro di psicoterapeuta. Scrivere il romanzo è stato in qualche modo catartico? E i traumi del passato si superano mai davvero?

Mio fratello è un alcolista in recupero, e scrivere il libro mi ha decisamente aiutata a elaborare alcuni dei miei sentimenti riguardo alla sua dipendenza e ai modi in cui ha segnato la nostra famiglia. Non sono sicura che il trauma sia qualcosa che si possa “superare”, ma credo che sia possibile riconoscere gli schemi di comportamento che ci ha lasciato e scegliere di agire diversamente.

La figlia preferita
Immagine Fazi Editore

A un certo punto Daria, la vicina di Mickey, dice una cosa che mi ha colpita molto: “La vita è forse”. Come si fa a esistere nel “forse” della vita? E come si trova l’equilibrio?

Oh, è difficilissimo! Io odio l’incertezza! La mia terapeuta parla spesso di “cavalcare le onde” della vita invece di cercare di controllare tutto. È una cosa su cui sto ancora lavorando. Spero che con la pratica diventi più facile.

Due domande filosofiche attraversano tutto il romanzo. Partiamo dalla prima: secondo te, le persone sono semplici o complesse?

Infinitamente complesse! All’università avevo un docente che diceva sempre: “Le persone sono più complesse di qualsiasi libro tu possa leggere”. Ho scoperto che è vero.

Un altro tema su cui, inizialmente, Mickey e Arlo sono in disaccordo è la discussione sulla bontà umana. Verso la fine, concordano sul fatto che il padre fosse “tremendo al novanta per cento”. Dal tuo punto di vista, si può davvero parlare di “persone buone” e “persone orribili”, o siamo tutti un prisma?

Hai ragione: Mickey e Arlo partono dai due estremi opposti di questo spettro. Mentre Mickey ha una visione molto machiavellica dell’umanità e pensa che tutte le persone siano terribili, Arlo è dell’opinione che tutte le persone siano fondamentalmente pure e buone. Alla fine del libro volevo che smettessero di ragionare in termini così netti, bianco o nero, e che si incontrassero da qualche parte a metà strada, accettando che nessuno è completamente buono o cattivo. (Ogni tanto possono esserci persone che sono per lo più cattive, come il loro padre, ma questa è un’altra storia…)

Al cimitero, davanti a tutti i parenti e gli amici di Adam, in un momento di rivelazione e di sfogo, Mickey afferma: “[Adam] era violento, quindi mi chiedo perché siate di nuovo tutti qui a commemorarlo. Come si fa ad amare una persona del genere? Cosa c’è che non va in voi?”. Tu che cosa ne pensi? Come si gestisce una situazione simile – soprattutto quando si è consapevoli dell’abuso emotivo (come la madre di Arlo, che ammette che avrebbe dovuto portare via sua figlia quando era piccolissima)?

Non mi sono mai trovata di fronte a un dilemma di questo tipo in prima persona – almeno, non a un livello così estremo – e a essere sincera non so come lo gestirei. Ci vorrebbe una mente molto aperta ed espansa per accettare che qualcuno che ti ha ferito così profondamente possa anche essere una persona che altri amano e rimpiangono.

Dalle considerazioni e dalle ammissioni di Arlo e di Punam (la sua supervisora) emerge un quadro in qualche modo contraddittorio della psicoterapia, che ci mostra come anche gli psicoterapeuti siano esseri fallibili e imperfetti: come si convive con la consapevolezza di questa “contraddizione”? Te lo chiedo anche perché, dopo quasi dieci anni di terapia, io non sono ancora riuscita a trovare una risposta.

Non sono una psicologa, ma lavoro in una professione affine come terapista occupazionale, e mi ha sempre stupita il lavoro che fanno gli psicologi e quanta attenzione debbano avere per non lasciare che i propri problemi filtrino nelle sedute con i pazienti. La buona notizia è che, nella mia esperienza, la stragrande maggioranza degli psicoterapeuti ha confini molto solidi. (Il che significa che, a differenza di Arlo, non si lanceranno in comportamenti manipolatori da stalker fuori controllo!) No, non sono perfetti. Ma il fatto che abbiano delle imperfezioni – che anche loro abbiano le proprie battaglie – può renderli anche più empatici e, si spera, più facili da cui imparare. Vorresti mai un consiglio da qualcuno che non ha mai commesso un errore in vita sua?

Verso la fine del romanzo, i capitoli dedicati a Mickey sono più lunghi di quelli su Arlo: perché questa scelta? È un modo sottile ed elegante per dirci che, in realtà, la vera protagonista è lei? O ci sono altre ragioni?

In realtà non me n’ero accorta finché non me l’hai fatto notare! Ma hai ragione: nella mia testa Mickey è sempre stata la protagonista. La storia si apre con lei, e volevo che si chiudesse con lei.

“So solo che ci vuole molto tempo per capire chi sei davvero”, dice la madre di Arlo alla figlia. “E per cambiare – prosegue – ne serve ancora di più. Sii paziente con te stessa”. Tu a che punto sei di questo percorso? E come ti stai prendendo cura delle tue ferite emotive?

Convivo con un paio di diagnosi di salute mentale diverse e vado regolarmente in terapia da circa cinque anni ormai. Sono arrivata a un punto in cui sento di capirmi finalmente un po’ meglio. Sono più brava a dare al mio cervello ciò di cui ha bisogno, a riconoscere i miei campanelli d’allarme e a non andare più così tanto in spirale (ahah!). Detto questo, sto iniziando a capire che il lavoro non è mai “finito”. Ci sono periodi in cui tutto sembra andare benissimo, la vita è bella, e io perdo l’abitudine agli strumenti e alle strategie. Poi succede qualcosa di difficile che rompe l’equilibrio, e ho bisogno di aiuto per rimettermi in carreggiata. Ma penso che vada bene così. Penso che sia normale.

Il tuo romanzo d’esordio è attualmente in corso di pubblicazione in otto Paesi: te lo aspettavi? Come ti fa sentire?

Non me lo aspettavo assolutamente. Mi fa sentire commossa e molto grata. E mi rende anche fiduciosa sapere che così tante persone in tutto il mondo siano disposte ad accogliere una storia come questa.

Cosa c’è nel tuo futuro prossimo? Stai già lavorando a un altro romanzo (ti prego, dimmi di sì!)?

Sto sempre scrivendo qualcosa! In questo momento mi sto preparando a consegnare un libro ambientato nella cittadina sul lago, in Canada, dove passavo le vacanze estive da bambina. E sto anche giocando con qualche nuova idea per un romanzo. Divento irrequieta se non ho un progetto in corso. (Probabilmente è una cosa di cui dovrei parlare con la mia terapeuta…)

Nota a margine: grazie mille per le parole gentili – e per un’intervista così accurata. Queste sono alcune delle domande più belle che mi siano mai state fatte sul libro!


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