Il genere è fluido? 4 proposte di riflessione di Sally Hines

Attraverso un lavoro monumentale, edito da Nutrimenti Edizioni e corredato di fotografie e approfondimenti specifici, la professoressa di Sociologia Sally Hines si interroga sul concetto di genere e sulla sua fluidità, offrendo le nozioni di base (e non solo) per muoversi in un mondo sempre più prismatico.

Ancor prima di venire al mondo, quando non siamo altro che un agglomerato di cellule in potenza e il nostro corpo è in via di definizione, la nostra vita è già segnata da un binario netto, che sembra non accettare deviazioni o moltiplicazioni: da un lato, maschio; dall’altro, femmina.

Crescendo, il binario si riflette in tutti gli ambiti della realtà che ci circonda: dai corridoi del supermercato, con giochi posizionati in scaffali dissimili in base al sesso di riferimento, ai negozi di vestiti, con colori e reparti ben distanti tra loro, fino alla “banale” distinzione tra bagni per gli uomini e bagni per le donne.

Una dicotomia che, dunque, pervade la nostra esistenza come un fil rouge, al pari di una linea demarcata e quasi minatoria, valicata la quale le coordinate di una “porzione” non valgono per quella che, a essa, si contrappone.

Il reale, tuttavia, è molto più sfaccettato, complesso e stratificato di quanto si pensi, e, nel suo manifestarsi, non risponde a nessun tipo di esercizio riduzionistico. Soprattutto se si parla di genere, identità ed espressione di genere.

Per tentare di individuare i punti di riferimento del discorso, ne riflette con dovizia di particolari e sapienza magistrale Sally Hines, professoressa associata di Sociologia e Studi di genere all’Università di Leeds e autrice del volume Il genere è fluido?, da poco edito da Nutrimenti Edizioni nella collana “The Big Idea”.

Il testo, arricchito da fotografie, immagini e didascalie approfondite, intende soffermare l’attenzione del lettore sui quesiti cruciali a proposito di sesso biologico, genere, costrutti sociali a essi correlati e attivismo, fornendo le nozioni di base per muoversi, con sensibilità e cognizione di causa, in un mondo sempre più prismatico.

Il risultato è un lavoro monumentale, reso mediante una minuziosa e acuta attività di ricerca – quasi antropologica – che, nonostante la densità dei contenuti, non risulta mai greve, bensì aiuta a stimolare ragionamenti e conoscenze al riguardo, anche grazie all’immediatezza e alla concisione con cui sono veicolate le informazioni.

Vediamone i dettagli.

Il genere è fluido?

Il genere è fluido?

La professoressa di Sociologia Sally Hines riflette sul concetto di genere e sulle tematiche a esso correlate, impreziosendo il suo lavoro con immagini tematiche, fotografie e didascalie approfondite. A guidare il discorso, alcuni quesiti cruciali: che cos'è il genere? Qual è il suo rapporto con il sesso biologico? E il tradizionale binarismo maschio/femmina sopravvivrà in un mondo sempre più flessibile e fluido?
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La nostra identità sessuale è fissata per sempre dall’anatomia?

Rainbow
Fonte: Pexels

Quando si parla di sesso, genere e identità, spesso si crea, intorno a tali concetti, un alone di confusione e spaesamento. In che cosa si distinguono? Come individuarli? E qual è la loro definizione?

I dubbi maggiori, tuttavia, concernono l’esplicitazione del genere e delle sue caratteristiche “fluide”. Come precisa Hines:

L’idea di fluidità suggerisce che il genere non sia stabilito dalla biologia, ma che possa mutare a seconda delle preferenze sociali, culturali o individuali. Per capire meglio, immaginiamo il genere come una combinazione di tre fattori. Il corpo, o la fisicità, che comprende la realtà corporea di ciascuno, l’esperienza soggettiva che ne fa, e il modo in cui gli altri interagiscono con quella persona a partire dal suo corpo. Questo aspetto fisico del genere interagisce con l’identità di genere e l’espressione di genere.

Che, lo ricordiamo, non sono la stessa cosa. L’identità di genere, infatti, concerne la percezione che una persona ha del proprio genere, ossia la modalità con cui questa si identifica o autopercepisce interiormente, e che non sempre corrisponde con il sesso biologico di appartenenza.

Di qui, l’espressione di genere, che può manifestare o contraddire l’identità stessa. Il modo in cui il genere si esprime attinge, appunto, all’insieme dei comportamenti e degli atteggiamenti estetici e fisici con cui un individuo si presenta alla società, e che tendenzialmente si inseriscono nello spettro di genere che vede, ai due poli estremi, il “maschile” e il “femminile”. Un esempio: una donna cisgender può essere etero e porsi in relazione al mondo con abiti considerati “tipicamente” maschili dalla cultura in cui è immersa.

Continua, ancora, Hines:

Il modo in cui il genere è vissuto nella quotidianità dipende da fattori storici, sociali e culturali. Alcune caratteristiche considerate tipicamente maschili o femminili sono molto cambiate nel tempo; o magari quel che è normalmente associato a un uomo o a una donna in un dato paese può essere inaccettabile in un altro.

Ne deriva, quindi, che il genere associato alla nascita al sesso biologico non esaurisca tutte le possibilità di identità di genere che gli individui possono percepire e manifestare. Per secoli, infatti, si è creduto che quella tra sesso e genere fosse una correlazione invalicabile e “innata”. Ne è fautrice una scuola di pensiero nota come “essenzialista”, in base alla quale uomini e donne presenterebbero fisicità e variazioni cromosomiche, ormonali e neurologiche profondamente differenti e tali da incidere sui loro ruoli sociali.

Studi recenti, però – come quelli della psicologa e neuroscienziata Crudelia Fine – mettono in discussione il legame individuato dalle teorie essenzialiste ed evidenziano come, anche nel mondo animale (spesso considerato metro di paragone, soprattutto dalla psicologia evolutiva), tra uomini e donne non vi siano differenze, bensì, spesso, somiglianze.

Secondo Fine il cervello di donne e uomini è «flessibile, malleabile e mutevole», mentre il medico accademico Lise Eliot sottolinea non vi sia nulla di realmente “innato” nel nostro cervello, perché ogni capacità e dettaglio della nostra personalità subisce influenze da parte dell’esperienza.

La biologia, dunque, da sola, non basta a esaurire tutte le possibilità di identità esperite dalle persone e, soprattutto – sebbene vi sia, di sovente, sovrapposizione tra sesso e genere –, essa non «rappresenta la totalità del genere» stesso, come chiarisce Hines, dal momento che

non tutti i corpi sono biologicamente maschili o femminili – sono entrambi, o anche nessuno dei due.

Sesso e genere non sono la stessa cosa

Ma che cos’è, esattamente, il genere?

Una definizione chiara e funzionale ci viene offerta dalla guida stilata dalla Società Italiana di Psicoterapia per lo Studio delle Identità Sessuali:

[Il genere è] l’insieme delle differenze tra uomini e donne, che ogni società costruisce a partire dalla propria concezione delle differenze tra corpo maschile e femminile. Tali differenze consistono in tutti quei processi – psichici, interpersonali, comportamentali e di presentazione di sé – con i quali le società trasformano i corpi sessuati (maschio/femmina/intersessuale) in identità personali socialmente riconosciute (uomo/donna) e organizzano la divisione dei ruoli e dei compiti tra donne e uomini, differenziandoli dal punto di vista sociale l’uno dall’altra.

Se il sesso biologico riguarda solo la nostra composizione cromosomica, senza dirci di più circa la nostra identità e il nostro “posto” nel mondo, il genere si configura, invece, alla stregua di un fenomeno sociale e psicologico, delineato mediante le aspettative, i comportamenti e l’immaginario che una società possiede circa, appunto, un determinato genere.

Come accennato, quando l’identità di genere corrisponde al genere assegnato alla nascita sulla base della mera biologia, una persona si definisce cisgender. Se si riconosce nel sesso opposto, sarà, invece, transgender. E se, ancora, un individuo non sente di rientrare nel binarismo “tradizionale”, la definizione ricadrà sotto il termine ombrello di non-binary.

Sesso e genere sono, perciò, due aspetti molto diversi, sebbene spesso si tenda a porli sul medesimo piano e a ridurre la molteplicità di una persona al comparto più “scientifico” e tangibile della sua totalità.

A questo proposito, passando in rassegna alcuni usi e costumi del mondo, l’autrice spiega che:

Gli studi sulla socializzazione al genere mostrano che il comportamento di genere è appreso, non innato, [e che] nonostante le differenze culturali e storiche nei ruoli di genere maschile e femminile, oggi le aspettative sociali per uomini e donne continuano a strutturare le disuguaglianze.

Questo perché, prosegue Hines:

Norme, valori, ruoli e aspettative di genere sono assegnati da una particolare società o cultura e presentati come caratteristiche ideali.

Ed è, quindi, in questo solco che si inserisce il concetto di fluidità, inteso in senso lato: il genere non permane invariato nel tempo, ma, anzi, evolve, risulta incoerente tra culture ed epoche dissimili e muta continuamente.

Il genere, infatti, esula dai semplici attributi biologici e si configura come qualcosa di «socialmente costruito». E, proprio per questo, soggetto a oscillazioni perpetue.

Il genere non può essere un costrutto sociale

Gender
Fonte: Pexels

Ogni società, però, è diversa. E, naturalmente, cambia nel corso del tempo, assumendo o abbandonando concezioni specifiche circa genere e ruoli sociali.

Lo spiega bene Sally Hines:

I sistemi di genere in Occidente hanno in gran parte seguito il modello binario, in cui il maschio e la femmina sono intesi come le uniche categorie di genere, con donne e uomini visti come fondamentalmente diversi. Guardando ai sistemi di genere nel resto del mondo, vedremo che altrove non è stato questo il caso.

Uno degli esempi apportati dall’autrice è quello dell’India, dove testi religiosi, mitologia e letteratura indù hanno proposto, per secoli, divinità che valicavano il binarismo di genere. E non solo. In Asia meridionale è, infatti, diffusa la comunità “hijra”, costituita da persone a cui è stato assegnato il sesso maschile ma che si identificano come donne. Nel 2014, gli hijra sono stati riconosciuti legalmente come membri di un “terzo genere”, né maschile, né femminile.

Un discorso similare si incontra in alcune tribù di nativi americani, dove si assiste a una gamma molto ampia di generi diversi. I membri di questi ultimi sono definiti “two spirit” e, storicamente, hanno goduto di stima da parte dei gruppi di appartenenza perché considerati benedetti, proprio in virtù della presenza, al loro interno, di uno spirito femminile e di uno maschile. La percezione è mutata, però, nel corso del ‘900, a causa delle ingerenze cristiane, europee e americane.

I casi affini ai due citati sono innumerevoli, e sono emblema di una molteplicità di strutture comunitarie e mentali che dimostrano come sia complesso incasellare le persone in due soli generi ben distinti.

Genere e sessualità, come ha notato negli anni ‘40 il sessuologo statunitense Alfred Kinsey, farebbero, piuttosto, parte di un continuum: uno spettro in cui le sfumature – rispetto ai due poli “canonici”, maschile e femminile, appunto – risultano mutevoli, numerose e sfaccettate.

Ecco perché il genere non può essere un costrutto sociale: ogni individuo, infatti, dovrebbe avere il diritto di essere ed esprimersi senza categorie di riferimento – peraltro mutevoli nel corso dei secoli –, rivendicando la libertà di identificarsi con ciò che sente più affine al proprio io interiore.

In un mondo dominato da binarismi e dicotomie, tuttavia, è legittimo moltiplicare le definizioni e le “categorie” di appartenenza, affinché nessuno si senta escluso e tutti possano dichiarare al mondo di esistere con le proprie particolarità, al di là di stereotipi e norme imposte.

In attesa che il concetto di genere, così costrittivo e, spesso, escludente, venga superato presto.

Attivismo e intersezionalità: nuove prospettive

A combattere per la decostruzione di tipologie fisse e castranti vi è l’attivismo di genere, dove spiccano i movimenti LGBTQAI+ e il femminismo intersezionale. Che, come precisa Hines:

Cercano entrambi di problematizzare e sfidare le idee tradizionali sul funzionamento del genere.

L’obiettivo condiviso è quello di sensibilizzare la popolazione di tutto il mondo circa violenze e discriminazioni nei confronti delle persone gender-diverse, accogliendo tutte le declinazioni dell’identità di genere.

E i primi effetti sono positivi. Nota, infatti, l’autrice che:

Ci sono molte prove per suggerire che le identità e le espressioni di genere tradizionali sono vissute meno rigidamente, soprattutto dai giovani nella società contemporanea e in particolare – anche se non solo – in Occidente. Di conseguenza, le questioni di parità per le persone gender-diverse sono presenti nell’agenda politica di molti paesi, e gli ultimi anni hanno visto crescere anche la protezione legale dei loro diritti.

Per la sua mutabilità e continua evoluzione, non solo nel tempo, ma anche da società a società, da persona a persona e all’interno di uno stesso individuo nell’arco della sua vita, il genere sfugge, quindi, a qualsiasi tentativo di classificazione fissa e solida, sebbene la sua influenza sociale sia ancora piuttosto determinante e pervasiva.

Il mondo in cui viviamo – conclude Sally Hines – rimane lontano dalla neutralità di genere, ma i movimenti verso la fluidità sono da accogliere con favore: permettono maggiore possibilità per tutti.

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