Libri da leggere sulle "streghe" reali o fittizie: le novità da non lasciarsi sfuggire


Ancora oggi, il termine “strega” reca con sé immaginari distorti e derogatori. Una “strega” è colei che si emancipa, rivendica i propri diritti, lotta per la propria libertà e tutela se stessa e la propria autodeterminazione.
“Strega” è una donna forte, potente, che parla di soldi, che non si comporta come i ruoli di genere le impongono, che si affranca dal giogo dei dettami patriarcali, che non ha paura di mostrarsi arrabbiata, delusa, triste. Che ama se stessa, che abita un corpo non conforme, che esula dai binari, che si pone ai margini della società, ma al centro della propria vita.
Le streghe sono state perseguitate perché facevano paura in quanto custodi di saperi antichi e ree di presunti rapporti con Satana. La realtà, però, è diversa: le “streghe” facevano, e fanno ancora, paura perché dotate del coraggio di eradicare i ruoli tradizionali, sconvolgere l’equilibrio imposto, rompere le regole e, dunque, la cosiddetta “norma”.
È per questo che la letteratura continua a parlarne, se pur in forme diverse: una strega, infatti, non è solo una donna che raccoglie erbe al chiarore della luna e fa incantesimi, ma anche chi, per esempio, parla di calcio, vive una relazione d’amore lesbica fuori dal comune, combatte per la propria volontà o è considerata “pazza” perché mostra le proprie “stranezze” con orgoglio.
Lo dimostrano le storie dei libri che vi consigliamo di leggere in queste ultime settimane di autunno. Rigorosamente davanti a un camino (reale o fittizio), una volta posata la scopa.

Se c’è una convinzione che mi ha trasmesso la psicoterapia (e non solo lei) è che, nel bene e nel male, non ci si può mai affrancare del tutto dal proprio passato. Me lo ripeteva spesso anche la mia terapeuta, qualche anno fa: «Non si può comprendere e guarire il presente senza comprendere e guarire le proprie radici».
La nostra esistenza è un intrico fitto di vite, azioni e conseguenze delle persone che ci hanno preceduto, che hanno spianato il nostro sentiero o lo hanno reso impervio, e che riecheggiano nei momenti quotidiani, nei simboli e nei comportamenti che ci condizionano, talvolta (o, anzi, spesso) anche inconsapevolmente.
Ed è proprio da questa lucida cognizione che scaturisce una delle domande da cui si dipana il nuovo romanzo di Graziella Monni, intitolato La ragazza della Solitudine ed edito da Solferino, ossia:
Quanto incidono le azioni di coloro che ci hanno preceduto? Quanto inquinano il sangue, i desideri, i sogni?
A fare i conti con il proprio albero genealogico vi è Anna Manca, diciassettenne figlia di Elias e Caterina Casula e nipote di Giaime Manca, reo di aver ripudiato Elias, il più giovane dei suoi figli, «perché, pur essendo diventato medico, si era innamorato di una donna sbagliata, di una famiglia non adatta, […] gente senza beni per il futuro».
Un giudizio «mostruoso», come tale risulta essere l’anziano ultraottantenne, che non solo ha rinnegato il figlio e la sua prole, ma ha anche incolpato Elias della morte dell’amata moglie. E che rimane imperturbabile anche di fronte al confino politico del figlio, catturato dai fascisti.
La narrazione prende abbrivio proprio da qui, nella Nuoro del 1935, infestata dal regime mussoliniano e piegata da schemi patriarcali, la quale diviene testimone del dolore della famiglia Manca e del suo tentativo di reagire e procedere con fierezza.
Ma Giaime non è l’unico avo a creare disordine nella vita della famiglia Manca, cresciuta ai piedi del Monte Ortobene, a pochi passi dalla chiesa della Madonna della Solitudine (la medesima in cui è sepolta Grazia Deledda, citata più volte lungo il romanzo).
Giaime, Elias e Anna, infatti, sono accomunati da un «dono» del passato: ogni volta che la campana della chiesa suona, i familiari avvertono un intenso fastidio alla testa e sono costretti a tapparsi le orecchie per proteggersene.
Era il segreto della sua famiglia – spiega Elias. Quella campana li portava indietro nel tempo, anche se non sapeva bene il perché. L’oltre-mondo bussava, a ogni rintocco, dentro le proprie orecchie.
Ma da dove deriva questo fastidio? Il primo a provarlo fu don Jaime Manca, uno dei famigli della Sacra Inquisizione vissuto nel Seicento, tra i principali accusatori di stregoneria di Perdìtta Basinquedo. Voltiamo pagina e, in un battito di parole, ci troviamo, così, nel 1605, tra le mura umide e soffocanti del castello aragonese di Sácer (l’odierna Sassari), dove è rinchiusa con la colpa di essere «fattucchiera e maga, al servizio di Satana».
Perdìtta è una donna fiera, scaltra e sagace, che non teme le angherie degli inquisitori e difende strenuamente la sua innocenza, perché:
Aveva sempre curato i malanni dei nuoresi con erbe medicamentose e viveva delle offerte che le davano in cambio. Non sapeva nulla di malefici e di magia, e certo non li ricollegava agli amuleti che era solita fare o alle parole pronunciate a bassa voce per scacciare il malocchio.
La «strega» fa paura perché custode di saperi antichi, che la rendono «potente» e sinonimo di «pericolo», come tutte le donne perseguitate dall’Inquisizione durante la caccia alle streghe che ha destabilizzato l’Italia tra il Trecento e il Settecento.
Come Perdìtta, si trattava perlopiù di donne sole, ai margini della società, autonome ed emancipate, e, per tale ragione, «diverse», «stravaganti», «scomode» e degne di sospetto. E, sovente, meri capri espiatori di tensioni – politiche, religiose, sociali – di cui erano vittime innocenti.
Nel correre parallelo di passato e presente, assistiamo, dunque, a un alternarsi sapiente ed empatico tra le torture e le sofferenze subite dalla giovane donna nel Seicento e, al contempo, la ricostruzione dei legami familiari a opera di Anna e delle persone che le orbitano attorno (come Verbena e Leonora) negli anni Trenta del Novecento.
Perdìtta e Anna sono due anime pure e ribelli, determinate a far risuonare la propria voce, a lottare per la propria libertà e a non farsi piegare dai dettami dittatoriali che tentano di soggiogarle (siano essi provenienti dall’Inquisizione, dal fascismo o da retaggi di colpe antiche).
Due anime dotate della rara capacità di “leggere” le persone e i loro patimenti, interiori e fisici, che si incontrano e si riconoscono in una Nuoro immaginifica e onirica, fatta di sentieri di montagna, pietre lunari, visioni ultraterrene, riconciliazioni ed erbe curative, ai confini tra realtà e finzione.
L’aspetto più affascinante è racchiuso proprio in questa linea di demarcazione labile e misteriosa che sussiste tra verità e narrazione. La storia raccontata con delicatezza, maestria e sensibile cura da Monni, infatti, prende le mosse da un evento reale, come ci spiega l’autrice stessa:
La cosa singolare è che facendo un sopralluogo nella chiesa della Solitudine, una donna è affiorata dal passato e si è presentata davanti a me con una potenza inattesa. […] Il suo nome è Perdìtta Basinquedo, la nuorese condannata nei primi anni del 1600 dal tribunale dell’Inquisizione di Sácer e scampata al rogo.
Il suo nome trionfa sulla campana di bronzo che, nel 1622, è stata rimossa e posta di fianco all’altare, poco distante dalla tomba di Deledda, e rappresenta «un manufatto unico in Italia, fatto costruire da una strega condannata», di cui, come spesso accade, si parla ancora troppo poco.
In questo curioso connubio tra passato e presente, tra storia documentata e immaginazione, l’autrice ci lascia, quindi, con un quesito:
Quanti di noi possono dire di conoscere i propri antenati, le storie che ci hanno plasmato, il Dna che si tramanda di generazione in generazione? Quanti di noi saprebbero tornare indietro di appena tre generazioni? Eppure siamo quello che siamo anche perché proveniamo da chi ci ha preceduto.

Io ed Evelina abbiamo (o, meglio, abbiamo avuto) una serie di aspetti in comune:
Come precisa il titolo del romanzo d’esordio di Rossella Carboni, edito da Corbaccio, però, Evelina non è pazza per niente. Evelina Cantagallo, 50 anni, portalettere presso le Poste Italiane di Parma con una passione smodata per i mercatini dell’usato e gli oggetti «inutili», non è pazza: è una Dophla.
Oltre a essere il mio nome, Evelina è anche il nome di una farfalla. Ma a differenza della Papilio ulysses, della Eurytides marcellus e della Polygonia interrogationis, la Dophla evelina è marrone e molto pelosa. […] Da cinquant’anni, io e la Dophla viviamo a casa mia, al riparo dai retini dei collezionisti. Non che qualcuno abbia mai tentato di metterci in esposizione, ma capita non di rado che le persone manifestino curiosità per le cose brutte, e a noi, semplicemente, non va di assecondarle.
Infatti:
[…] Come tutte quelle della mia specie lepidottera, anch’io sono una persona colta e sensibile, ma che il mondo ha deciso di non prendere in considerazione. Nei complessi ingranaggi della società, noi Dophle semplicemente non esistiamo, se non quando dobbiamo pagare le bollette o compilare la denuncia dei redditi.
Evelina è una donna che rifugge le convenzioni e i binari della “normalità”, cresciuta dalle premure soffocanti di una madre critica, violenta e punitiva, che ha percorso tutte le strade possibili per allontanarla dalla bellezza e dai piaceri della vita (a eccezione del cibo, in cui Evelina trova conforto e rifugio). Una madre morta cinque anni prima rispetto alla narrazione, il 2018, e la cui voce ancora riecheggia nei pensieri e nei comportamenti della figlia cinquantenne, soggiogandola a regole rigide e tenendola distante dai suoi «sogni».
A partire dal pattinaggio artistico, passione sportiva a cui Evelina ha dovuto rinunciare in seguito a un incidente domestico e che non cessa di pulsare nel suo cuore e nelle sue memorie. Uno dei molteplici «desideri interrotti» (come le «magliette piene di paillettes luccicanti», i «lucidalabbra alla fragola» e le «scarpette rosa da ballerina», simboli di un’infanzia negata e tradita), che la protagonista si ritroverà a soddisfare a… New York.
Evelina vola, infatti, negli Stati Uniti – nonostante ritrosie e timori iniziali – per consegnare una lettera a un uomo del passato di Lucilla, vicina di casa ultraottantenne e «seconda mamma» della postina, che, molto malata, chiede a quest’ultima il favore.
Evelina non può esimersi, nonostante il viaggio costituisca un’«avventura» inconcepibile per il suo essere: deve partire, perché «l’entusiasmo di Lucilla riusciva a essere più forte della mia paura. […] Realizzai che in tutta la mia vita non ero mai stata così indispensabile».
Tra Street, Avenue, meditazioni, ristoranti, hot dog, musei, trasformazioni e nuove amicizie, il compito si rivelerà più stratificato e complesso del previsto, ma le offrirà l’occasione di ripercorrere gli ostacoli della propria esistenza e rivalutare la sequela degli eventi che l’hanno costellata da una prospettiva diversa rispetto a quella usuale.
Alla donna si schiude, così, la preziosa opportunità di scoprire la sua «bellezza», fisica e interiore: non più qualcosa da cui affrancarsi (con assenza di cura di sé e teli sugli specchi, come impartito dalla madre), bensì un tratto della propria personalità da accogliere e accudire, per diventare, finalmente, una «farfalla azzurra» e dismettere i panni dell’indifferenza.
Immersa in una New York ricolma di vita e di un pizzico di magia, Evelina imparerà, dunque, a ridisegnare i contorni dei tradimenti inferti dalle persone a lei più care, e, soprattutto, farà pace con il tradimento più importante: quello che, per 50 anni, ha rivolto a se stessa. Trovando la forza di emanciparsi dal proprio passato, ricominciare e attirare, finalmente, l’attenzione tanto temuta dalla madre. Propria e altrui.
Carboni firma un primo romanzo delicato, originale e gentile, che esplora le “stranezze” di una donna adorabile, nella sua dolce e schietta causticità, e ne osserva da vicino il suo lento e progressivo disfarsi degli strati di difesa (siano essi concettuali o tangibili) con cui si è resa avvezza a fronteggiare il mondo e a mimetizzarsi tra le persone. Pronta, infine, ad abbracciare, senza reticenze, la libertà.
Dopo averlo letto, ho sognato una gigantesca farfalla volare in casa mia. Non mi era mai successo di sognare un elemento letterario in maniera così vivida e realistica. E mi sono chiesta: forse siamo tutti “pazzi”, agli occhi degli individui che non hanno vissuto il passato, le disfunzioni e le singolarità che hanno caratterizzato la nostra vita? Forse, in fondo, siamo tutti Evelina?

Mentre scrivo queste parole, in sottofondo riecheggiano i fischi e i cori da stadio di Lecce-Juventus. A guardare la partita è il mio compagno, salentino trapiantato a Torino, che da anni mi ripete una frase-mantra: il calcio è filosofia.
Un concetto che, da filosofa, mi affascina molto (io, che tifosa non sono stata abituata a esserlo, per motivi spiccatamente culturali: ovvio), e che credo di aver compreso fino in fondo solo ora. Merito del saggio Di calcio non si parla. Una partita contro gli stereotipi di genere e il conformismo nell’arte di Francesca Serafini, tornato in libreria, in una versione ampliata, per i tipi de La Tartaruga e con l’introduzione di Claudia Durastanti.
Il calcio non è solo uno sport, ma un “modo di vedere le cose”. Non riguarda solo «ventidue imbecilli in mutande che corrono dietro a una palla», per citare lo scrittore Sandro Veronesi, menzionato dalla stessa Serafini, ma anche, e soprattutto, il concetto di ideologia.
Quando è stato pubblicato per la prima volta, nel 2014, il libro è stato definito un «saggio filosofico». Ora che Di calcio non si parla è stato riproposto in una nuova edizione, mi piace pensare che questo ponte tra calcio e filosofia esista anche al di fuori delle mura di casa.
Linguista, scrittrice e sceneggiatrice (nonché strenua tifosa della AS Roma), Serafini torna sul tema per «contrastare l’assuefazione al peggio, cercando di propiziare il meglio tenendo vivo lo spirito critico in qualunque contesto, compresi i tre al centro della nostra trattazione (calcio, narrazione, questione di genere): anche solo per valutare in che modo sono cambiati negli ultimi dodici anni».
Partiamo dal terzo punto: la questione di genere. Il calcio femminile è diventato professionistico solo nel 2022, e lo «spazio delle donne» non è ancora tanto ampio quanto ci si poteva auspicare. Basti pensare, ad esempio, che di giornaliste insignite della telecronaca sportiva ve ne sia stata solo una, Tiziana Alla, con un battesimo pressoché recente: la Nazionale femminile e la Serie A femminile, nel 2019, e i Mondiali di calcio maschili, a giugno 2026.
Al contempo, a distanza di dodici anni, permane l’esigenza di nutrire la «biodiversità in arte» e di opporsi al giogo di un’«egemonia omologante», tanto nella letteratura, nella cinematografia e nella serialità quanto nel calcio. Resiste, quindi, incontrastato il bisogno di «inserire il calcio nell’insieme delle forme della grande narrazione di tutti i tempi».
Il calcio, precisa Serafini, è «una specie di Shahrazād: una riserva infinita di racconti e di emozioni che si rinnovano continuamente, allontanando l’idea della morte». Un coacervo di storie, eventi e ricordi che costituisce la culla di un connubio dialogante tra la ricorsività del «contenuto», che rassicura chi vi assiste con le sue tecniche e il suo «ritorno all’identico», e l’imprevisto che si cela nella «forma», nelle delusioni inattese, nei «lampi di un fuoriclasse».
Il calcio, proprio come la vita, è il terreno delle contraddizioni. Ed è (anche) per tale ragione che merita di essere annoverato tra gli scranni della narrazione, alla stregua delle numerose declinazioni dell’arte che costellano le nostre esistenze e abitudini.
Per quale motivo, infatti, il vocabolario calcistico è l’unico che entra in modo così prepotente e diffuso nel nostro linguaggio? Perché è quello che riesce a tradurre meglio le dinamiche sociali, con il suo senso di appartenenza, il tifo, i ruoli e la creazione di piccole, grandi comunità. Le parole del calcio permeano non solo il campo, ma anche la politica, il lavoro e le relazioni, per la loro capacità metaforica di creare «immedesimazione», di allentare le distanze tra «chi parla e chi ascolta», rassicurando l’interlocutore con «qualcosa di immediatamente comprensibile».
In una stratificazione dedalica e sapiente di memorie familiari, partite iconiche e citazioni (da Galeano a Pasolini, fino a Propp, Maradona e De André), che emerge anche dal modo in cui il saggio è stato scritto – con incisi che si susseguono veloci e digressioni che creano nessi tra le parti del discorso in un continuum di presente e passato -, l’autrice sottolinea, dunque, i parallelismi che sussistono tra il calcio e, appunto, la narrazione.
E, in senso lato, l’arte, da intendersi come «tutto ciò che più in generale produce emozioni tramite una forma». L’arte, però, soprattutto quella contemporanea, risulta pigra agli occhi di Serafini, la quale, mediante il linguaggio del calcio (trasversale, come denuncia l’autrice stessa, e non solo il mio compagno), ci invita a eradicare le formule globalizzate e gli automatismi con cui interpretiamo il mondo e, quindi, il modo in cui ne parliamo.
«Di calcio non si parla», implora la madre di Serafini a cena, rivolgendosi a lei, al padre Tito e al fratello Danilo.
Di calcio, invece, si deve parlare, ancora e ancora, se può aiutarci, con la sua imprevedibile ricorsività, a produrre «qualcosa di diverso dal gusto egemone», ad affezionarci a ciò che esula dai binarismi (di genere e non solo) e a rompere le regole imposte. Fuori dagli schemi, sul campo e nella vita.

Quando ero ventenne, ho vissuto una relazione durata circa tre anni che, convenzionalmente, potremmo definire “tossica”. Ricordo ancora la sensazione di impermanenza di cui erano pervasi quei mesi. Non vi era mai certezza di ciò che sarebbe accaduto il giorno successivo. Una sera si toccavano apici di gioia, la mattina dopo vi era la minaccia della fine. Le parole erano intrise di violenza emotiva, affiancate da incomprensioni, fughe, riconciliazioni.
Un incessante andirivieni emotivo che Félicia Viti, scrittrice e sceneggiatrice cresciuta in Corsica e stabilitasi a Parigi, descrive con finezza e crudeltà nel suo primo romanzo pubblicato da Gallimard, La ragazza verticale, edito in Italia da Edizioni Clichy con la traduzione di Tommaso Gurrieri.
La narratrice senza nome disvela, poco per volta, il suo anno di passione con un’altra donna senza nome, L., punteggiato di sesso, gelosia, pianti, istantanee di piacere, litigi, stravaganze, isterie, asfissia, lividi – sulla pelle e nell’animo -, viaggi, violenza, sparizioni, ritorni e follia.
Il romanzo, vincitore del Premio Sade 2024, ripercorre le nervature dell’intermittenza dell’amore: quello narrato è, infatti, un sentimento a senso unico, provato da una donna che, con lucida brutalità, ne riporta i ricordi e le parentesi di triste felicità, e che non risulta mai realmente ricambiato dalla controparte, L.
Ma un amore unidirezionale può davvero chiamarsi tale? O, spesso, i contorni sfocati di una passione che ammalia confondono il nostro esperire, portandoci a definire “amore” ciò che non lo è? Può esistere reciprocità, di fronte a un dislivello emozionale di questo tipo?
Ne riflette anche l’io narrante, che, a tal proposito, si domanda:
Le persone come lei amano? […] Mi chiedo come si possa lasciare spegnere un altro essere umano. Svuotandolo della sua forza, non dandogli alcuna prova d’amore, alcuna tenerezza, alcuna sensazione che possa fargli sentire di essere altro che un corpo sessuale, consumabile, consumato. L. si ostina a non dare nulla. Nemmeno uno sguardo. Eppure la notte viene da me per avvolgere il suo corpo al mio.
Me lo sono chiesto tante volte anche io, in passato. Come si può restare indifferenti al crepitio di un fuoco d’amore e, al contempo, sfruttare le sue fiamme per riscaldarsi a proprio piacimento, nei tempi e nelle modalità che più si aggradano?
Eppure non si riesce ad affrancarsene, perché, come precisa la narratrice, «sono prigioniera dell’interno del suo corpo. […] Sono perduta. Perduta nell’andirivieni vischioso delle sue mucose e dell’amore passione della sua bocca socchiusa».
Un giogo relazionale dove L. detta legge, denigra (come il padre fa con la narratrice: un caso?) e decide, alla stregua di un burattinaio con il suo burattino, i prossimi gesti da compiere, i prossimi treni da prendere, i prossimi passi nella notte, i prossimi atti di un dramma di cieco desiderio. Che, come presagisce la donna che ce ne tratteggia le scene, non è destinato a un lieto fine.
Non vi sono orizzonti, non vi sono certezze, perché «tutto è al futuro semplice. Devo immaginare tutto. L’amore che mi porta, le porte che attraversa, le fughe che tenta, e la mia testa è una prigione. Sono rinchiusa nel suo ritorno e nella sua assenza».
Una prigione dove il sesso ricopre un ruolo di primo piano e rappresenta la sublimazione di un (dis)amore che non può compiersi alla luce tersa del sole, ma solo nei meandri di una vertiginosa oscurità interiore, tra i vicoli e le pieghe di una Parigi notturna che scandisce il ritmo della passione compiuta e subita.
Il romanzo breve di Viti è la lastra di uno scontro tra identità e caratteri troppo distanti per dialogare in profondità, che incarna, con liricità chirurgica, l’etimologia stessa del termine passione: patior, ossia soffrire, un sentimento che scuote l’ordine e l’equilibrio delle cose con la sua intensità travolgente e perturbante. «Pericolosa e instabile», proprio come L.
La narratrice lo afferma più volte: la volontà di allontanarsi e l’impossibilità quasi fisica di concretizzare tale esigenza. «Non posso lasciarla – scrive. Quando ci provo mi ritrovo inevitabilmente nel quarto d’ora successivo a cercarla come una pazza in tutti i bar del quartiere in cui l’ho lasciata. Ritrovarla come se la mia vita dipendesse da questo. È insensato. Malato. Ciclico».
La donna che ce lo spiega lo sa, ma non può farne a meno. D’altronde, rifletto leggendo, è quello che succede con le “persone verticali” del titolo.
Cos’è una ragazza verticale? È la ragazza opposta alla ragazza orizzontale. A quella che si sdraia, che offre il proprio corpo e che dice “ti amo”. La ragazza verticale è quella che ti volta le spalle mentre si mette le scarpe e che al risveglio ti guarda come se tu fossi uno sconosciuto. Che rifiuta di cenare con te, che fugge quando la insegui, che vuole che la insegui per restare in piedi. La ragazza verticale è una ragazza che si solleva nell’aria. È quella che ami nel vento. La ragazza verticale non è più quella che ti fa sognare distesa. È vestita e selvaggia e non tornerà. È un sogno che si sottrae. Quello che crei. È l’invenzione della tua immaginazione. Non ha mai posato i piedi sulla terra.

Alcune verità sono come un quadro abbandonato sotto la pioggia. Obbedendo al ticchettio delle gocce d’acqua, i colori sulla tela si scompongono, si mischiano, perdono i propri confini, sciogliendosi inerti. La figura dipinta non esiste più, è un ricordo evanescente: la sua forma precedente perde di nitidezza, anche agli occhi che, poco prima, l’hanno plasmata e osservata.
Leggere Brava Giulia, il lavoro postumo della poetessa, fotografa e docente Anna Toscano, morta prematuramente nel 2025, mi ha solleticato questo interrogativo, che, a ben pensarci, è uno dei quesiti imperituri del genere umano: dove si annida la realtà delle cose, e si può parlare, davvero, di verità?
Il romanzo di Toscano, ora edito da Nottetempo, srotola questa domanda lungo i tre atti di un dramma familiare: la madre, il padre e, alla stregua di un perno attorno a cui tutto il resto è impegnato a orbitare, la figlia Giulia. L’unica persona degna di un nome, l’unica a esistere in forma tridimensionale, e non (solo) mediante le parole e lo sguardo di un altro membro della famiglia.
È lei ad aprire le danze della narrazione e dei punti di vista, in un gioco di prospettive dove la verità, appunto, non è altro che un prisma caleidoscopico: elusiva e ineffabile.
La vita di Giulia, soprattutto quella condotta tra le mura di casa, è immersa in un silenzio soffocante, conseguenza di conflitti irrisolti tra la madre e il padre. Un’esplosione che non ha mai il coraggio di manifestarsi, se non in sporadici momenti di richiamo all’ordine (da parte del padre) o di ritrovata vivacità (da parte della madre). E che serpeggia in una dimora dove il padre è quasi sempre assente – o, quando c’è, ne perlustra ogni millimetro e ogni persona che la abita – e la madre si rifugia nella sua camera, dalla porta sempre socchiusa.
Quando tornava a casa da scuola, gli occhi riprendevano a vedere senza guardare, l’appartamento era immerso in una luce soffusa, nessun rumore e nessun odore particolare potevano aiutare a definire oggetti e presenze, nemmeno la polvere che potesse indicare il passaggio del tempo o di qualcuno. Non c’era molto da fare in casa, se non studiare in silenzio, mangiare in silenzio senza fare troppi odori e poi cambiare l’aria in fretta.
Il silenzio è il vocabolario di una guerra fredda, quella che ogni giorno si combatte tra due schieramenti che simboleggiano stili di comportamento e approcci al mondo e al lavoro antitetici, e che emerge con prepotenza nelle parole che madre e padre riservano alla propria Giulia, attraverso una lettera rigorosamente «scritta a mano», lei, e una sequela di messaggi vocali, lui.
Da un lato, infatti, vi è la famiglia del padre, medico come i propri genitori, «devoti alla scienza medica, nonno primario e nonna infermiera sempre in prima linea a dire cose assennate e scientifiche». Dall’altra, invece, vi è la famiglia della madre, «toccata dal genio del nonno nel campo del tessuto di lusso, dotata oltremodo di senso del colore e del gusto nonché di una fortuna sfacciata negli affari», convogliati nell’atelier di famiglia – o «la fabbrica di stracci», come la definisce il padre di Giulia.
Da un lato, regnano, dunque, il rigore, i dati oggettivi, la rigidità, il perbenismo borghese e l’attenzione alle «anomalie» della madre, persa, come i nonni paterni, nel «bosco della depressione» e monitorata dal padre, in ogni suo più piccolo gesto, con meticolosità asfissiante. Dall’altro, si librano i colori, la stravaganza, la ricchezza di tessuti damascati, viaggi e negozi di famiglia parigini, e, non per ultima, la cosiddetta «pazzia, termine usato da tuo padre per sottolineare il deterioramento di ogni possibilità di essere secondo la sua norma».
C’è un particolare che mi è rimasto impresso – se ci penso, percepisco piccoli spasmi di fastidio in profondità – e che meglio incarna questa vigile sorveglianza adoperata dal padre nei confronti della salute mentale della madre (ma anche di Giulia, se pur in forma minore), ossia quel «con due dita mi stringeva il gomito».
Un’azione di primo acchito lieve, ma di una prepotenza tellurica: il monito che la madre deve allontanarsi dalla scena – qualunque essa sia -, calmarsi, prendere le medicine, riposarsi e dormire. Assentarsi, perché le «anomalie» potrebbero precipitare, e poi che cosa dirà la gente, «ognuno dirà la sua – precisa il padre -, non ci sarà rispetto per i dati di fatto, mormoreranno e io non potrò controllare quello che le persone diranno».
Quelle di padre e madre, però, sono tutte parole inesplose, che non hanno la forza di essere proferite, implodono e lasciano spazio a un silenzio roboante, che stordisce per il suo essere così asettico e anaffettivo. La madre lotta ogni giorno «per seguire la mia volontà», il padre, arido, distante, la «viviseziona» alla ricerca delle “stranezze” della sua depressione, soggiogato dai dettami di una famiglia ottusa e scevra di «libertà mentale».
In tutto questo, vi è Giulia, che si rifugia a Londra per studiare, non possiede un «lessico amoroso», osserva le stesse scene ripetersi in maniera perpetua e – lo suppone il lettore, una volta concluso il romanzo – cerca di interpretare il coacervo di ricordi sbiaditi e versioni di vita e momenti contrapposti che le consegnano la madre e il padre. In un primo, vero atto di confessione e onestà nei suoi riguardi.
Le interpretazioni che i genitori le affidano, infatti, divergono in modo abissale, non collimano mai, sembrano ripercorrere i binari di esistenze diverse, a significare quanto è labile la materia delle nostre memorie. E, così, ci chiediamo, ancora una volta: esiste la verità? O, come si domanda anche la madre di Giulia, esistono «innumerevoli riproduzioni di noi», tra cui si sceglie, poi, «quella che si desidera come reale», la verità che ci fa comodo?

Non tutti sanno che, nel XIX secolo, venne isolata una sostanza chimica dalla corteccia del salice che, più tardi, avrebbe ispirato l’ideazione dell’aspirina. Oppure che Napoleone fosse così ghiotto di liquirizia da mangiarne in quantità tali da annerire i propri denti, o che un utilizzo inedito dell’olio di lavanda contribuì alla nascita dell’aromaterapia.
Non tutti sanno che, in passato, molte persone facevano un uso apotropaico del rosmarino, volto ad allontanare spiriti maligni, fate, lampi e infortuni. O, ancora, che resti di menta siano stati ritrovati persino all’interno delle tombe egizie, e che secondo la tradizione popolare sia una pianta più “a suo agio” nelle case in cui «è la moglie a comandare».
Non conoscevo queste e altre curiosissime peculiarità nemmeno io, ma le ho scoperte grazie alla lettura del saggio illustrato di Sandra Lawrence, intitolato Il giardino delle streghe. Le piante nel folclore, nella magia e nella medicina tradizionale ed edito da Aboca, con la traduzione di Martina Ferraina e Francesca Gatti.
Il lavoro minuzioso e magistrale della scrittrice e giornalista londinese, esperta di cultura e botanica, vede la preziosa collaborazione dei Royal Botanic Gardens di Kew, tra i principali centri di ricerca botanica e micologica al mondo e vero e proprio punto di riferimento a livello internazionale.
Il centro è “entrato” nel volume di Lawrence mediante le meravigliose tavole illustrative provenienti dagli erbari e dalle opere conservati negli archivi dei Kew Gardens, le quali hanno il pregio di impreziosire i paragrafi testuali e tratteggiare, con precisione e immediatezza, le erbe protagoniste della narrazione.

Quello dell’autrice, infatti, è un viaggio stimolante alla (ri)scoperta delle piante e delle erbe officinali che hanno costellato il “giardino delle streghe” – e non solo il loro, ma anche quello di erboristi, speziali, monaci e suore -, ripercorrendo le credenze popolari, le pratiche, le fruizioni e i “poteri” che le hanno affiancate nel corso dei secoli.
Un itinerario che prende abbrivio dalle abitudini e tradizioni delle antiche civiltà – dall’Egitto alla Grecia, fino alla Cina, alla Scandinavia, all’Impero Romano e all’India -, per poi immergersi nei tempi moderni, passando in rassegna le «grandi menti» che hanno plasmato e dato origine all’erboristeria e alla fitomedicina, tra cui, tra gli altri, spiccano il «padre della botanica» Teofrasto di Ereso, Plinio il Vecchio, Dioscoride Pedanio, Ildegarda di Bingen, Paracelso, Carl Linnaeus, Thomas Dawson, William Hooker.
E, soprattutto, Nicholas Culpeper, citato diffusamente lungo il saggio per aver democratizzato il sapere erboristico e aver pubblicato, nel 1652, il volume complice della sua fama, The English Physician (noto, oggi, come Erbario di Culpeper).
Il lavoro di Culpeper procedette in strenua contrapposizione al College of Physicians, istituito da re Enrico VIII nel 1518 per «regolarizzare la medicina» e consentire a «uomini seri e istruiti di richiedere il diritto esclusivo di definirsi “dottori”».
Gli stessi uomini odiati dal botanico britannico, che detestava «la morsa in cui il College of Physicians teneva stretto il popolo» e «riteneva oltraggioso il loro continuo raccomandare purghe, salassi e medicinali che altro non erano che veleni, sorpreso che i pazienti riuscissero effettivamente a riprendersi dalla cura».
L’erbario di Culpeper, come precisa l’autrice, si distinse da tutti gli altri proprio per tale ragione:
Perché era scritto pensando alle necessità delle persone comuni. A Culpeper non interessavano rilegature di pelle e ricche incisioni, anzi, il suo testo era semplice, breve (e dunque comodo da trasportare), facile da consultare e, soprattutto, economico. Costava solo tre penny, metà della paga giornaliera di un lavoratore medio, e ben presto era nelle tasche di tutti.
È anche grazie a lui, quindi, se le conoscenze fitoterapiche raggiunsero un pubblico particolarmente ampio, compreso quello delle «casalinghe, da cui ci si aspettava fossero in grado di preparare i “semplici” (composti medici ottenuti direttamente dalle erbe) per prendersi cura della famiglia e degli animali domestici».

Tra un’illustrazione e una scheda, tra un’incisione e una stampa d’epoca, Lawrence ripercorre, così, il coacervo di storie, immaginari e interpretazioni che hanno caratterizzato erbe, piante e funghi nel corso del tempo, sottolineandone il loro rapporto con le stagioni, gli astri e le fasi della vita, i loro molteplici usi (in cucina, nei filtri d’amore, nella cosmesi e nella cura del corpo e delle ferite, interiori ed esteriori) e i loro effetti collaterali o “malefici” – in quanto strumenti delle streghe «avvelenatrici» per maledizioni, unguenti, pozioni voli notturni e batomanzie.
Leggende, poteri curativi (reali o fittizi), proprietà inedite e rimedi tradizionali si intrecciano, dunque, in un racconto maestoso e ricolmo di aneddoti, dove oltre cinquanta tra le piante più potenti e conosciute al mondo dialogano tra di loro e ci mostrano quanto i saperi antichi abbiano ancora molto da dirci sul nostro presente.

Ho trascorso il weekend di Halloween ideale. Andando in giro per locali a folleggiare? No. Travestendomi e cenando a casa di amici? No. Facendo la maratona di film dell’orrore? Neanche.
L’ho trascorso leggendo il libro perfetto per l’occasione, Le streghe di Eastwick di John Updike, pubblicato nel 1984 e ora tornato in libreria in una nuova edizione edita da Sur, con la traduzione di Lorenzo Medici.
La narrazione si immerge in medias res nella quotidianità di Alexandra, Sukie e Jane, tre donne nel pieno dei trent’anni, divorziate, con figli ed ex mariti ridotti – letteralmente – in polvere, erbe e tovagliette per i pasti. E, soprattutto, vere e proprie streghe, immerse nella puritana, sonnolenta e magnetica cittadina di Eastwick, nel Rhode Island, durante gli anni della guerra del Vietnam.
Proprio Eastwick è la fonte e il centro nevralgico dei poteri di cui sono detentrici le tre protagoniste («l’aria di Eastwick», infatti, «dava forza alle donne»), unite da un profondo rapporto di sorellanza e caratterizzate da inclinazioni e personalità dissimili ma complementari.
Se Alexandra era una strega prosperosa e fluttuante – ci spiega il cronista della narrazione -, che si disperdeva tutto intorno per accogliere sensazioni e fondersi con il paesaggio, e dal cuore in fondo pigro ed entropicamente freddo, Jane era focosa, bassa, concentrata come la punta di una matita, e Sukie Rougemont, che passava tutto il giorno in centro a raccogliere notizie e distribuire sorrisi, aveva un’essenza oscillante.
La loro esistenza scorre fluida, tra figli, natura, arte (Alexandra è una scultrice e crea le «poppe: tozze figure femminili lunghe dieci o dodici centimetri, spesso senza volto e senza piedi, raggomitolate o coricate su un fianco»), musica (Jane è una musicista, impartisce lezioni di piano ed è appassionata di violoncello), chiacchiere e pettegolezzi (Sukie ama la vita sociale ed è una reporter della rubrica di gossip per il settimanale locale Eastwick Word).
E, ovviamente, l’immancabile ritrovo del giovedì sera, a casa di una delle tre donne, momento «sacro» durante il quale le streghe raccontano dei propri amanti, commentano la vita cittadina e si riuniscono nel loro «cono di potere», tra incantesimi, spilli infilzati in sagome di cera, malvagità, drink, cracker e arachidi caramellate.
È uno di questi giovedì a essere sconvolto dalla notizia: l’arrivo di Darryl Van Horne, uomo ricco trasferitosi da New York in una delle storiche ville di Eastwick, di cui trasforma le stanze con la sua eccentricità fatta di pianoforti, pop art, mobili ricercati, una grande vasca idromassaggio e un campo da tennis coperto.
Alexandra, Sukie e Jane saranno attratte, in tempi e modalità diverse, ma in maniera progressiva e inevitabile, nella «Tana del Rospo», dove le donne «si lasciavano i bambini alle spalle e diventavano bambine a loro volta», e che non manca di solleticare gelosie, tradimenti e malefici – in particolar modo con l’arrivo della candida strega Jenny.
La magione del “diavolo” Van Horne diviene, dunque, un luogo di perdizione e prelibatezze corporee, gastronomiche e dello spirito, dove i sabba si trasformano in nudità condivise nella vasca idromassaggio, partite di tennis in cui le palline assumono le sembianze di pipistrelli e le racchette quelle di serpenti e una seduzione intrisa di alcol, droghe e cibi speziati.
L’uomo, ritratto come una figura carismatica e, al contempo, respingente, volgare, «orribile», con mani pelose e troppa saliva agli angoli della bocca (una descrizione ben distante dal Van Horne di Jack Nicholson nel film del 1987), dischiude alle tre streghe un “altrove” dove possono esplorare e accogliere una nuova versione di sé. Come precisa Alexandra:
[…] Ogni volta che arrivava lì, non importava se di giorno o di sera, si aspettava di incontrare una presenza fondamentale – e quella presenza era, se ne rendeva conto, lei stessa, una versione di lei senza fronzoli e pastoie, nuda e assolta, eretta e perfetta nel peso e aperta a qualsiasi proposta cortese: lo straniero affascinante, il suo io segreto.
La scoperta di un’individualità sommersa (anteriore all’arrivo di Van Horne, ma corroborata dalla sua presenza) è, infatti, centrale, soprattutto nella prima parte del romanzo, dove Updike insiste sulla «volontà di essere se stesse» delle protagoniste, sulla «riappropriazione dell’identità» che i poteri della stregoneria concedono loro e sulla liberazione del desiderio sessuale.
Senza dimenticare, poi, l’importanza dell’autonomia economica e lavorativa («le donne divorziate hanno bisogno di lavorare», afferma Clyde, il capo di Sukie), dell’autodeterminazione e dell’eradicazione degli standard corporei («una delle liberazioni dell’essere diventata una strega», riflette Alexandra, «era che aveva smesso di pesarsi costantemente»).
Con una lingua satirica, schietta, paesaggistica e ricolma di dettagli, l’autore denuncia, quindi, il perbenismo e il chiacchiericcio delle piccole città (ostili e sospettose verso donne «senza marito»), l’ipocrisia della guerra, il giogo del patriarcato e l’oggettificazione del corpo femminile.
Updike, tuttavia, non risolve del tutto la tensione in cui inciampa, e che si manifesta nella disamina articolata del “potere delle donne”, insieme celebrato e, forse involontariamente, banalizzato, in particolar modo nell’epilogo, dove la sorellanza e il potere cedono di fronte alla prospettiva di nuovi mariti e nuove città da abitare.
Quasi a significare che l’individualità delle donne e, di conseguenza, i loro poteri – intesi in senso lato – abbiano opportunità e legittimità di esistere soltanto nell’intercapedine tra una relazione e l’altra. Dando, così, ragione alle critiche conformiste del coro dei cittadini di Eastwick – e non solo – nei confronti di donne single, “ai margini” e lontane dai binari, dalle norme e dai ruoli tradizionali imposti, considerate pericolose, perverse e blasfeme.
Viene, quindi, da chiedersi: streghe si nasce o si diventa?

In famiglia, il suo nome non si pronunciava mai. Elisabeth, detta Betsy, era la bisnonna di Adèle Yon, mai conosciuta dall’autrice, sottoposta a lobotomia negli anni ‘50 del Novecento e confinata in manicomio. Più di trent’anni dopo la sua morte, Yon ne ricompone l’esistenza mediante un intrico ben architettato di documenti, referti medici e voci di testimoni.
Il risultato, edito da Neri Pozza e tradotto da Sonia Folin, è un libro ibrido, nonché un vero e proprio fenomeno editoriale (non solo in Francia), che si pone al crocevia tra romanzo familiare, manifesto femminista, indagine sulla salute mentale e omaggio alla memoria, con sfumature d’inchiesta e true crime. E restituisce a Betsy, finalmente, un corpo e una storia.
È una notte del 1895 e la terra trema. Siamo a Venezia, nel sestiere di Castello, e una pioggia di perline di vetro rotola sul pavimento: «le perle parevano gocce di pioggia impazzite, scivolose, testarde, sempre in fuga». Le donne trascorreranno tutta la notte a raccoglierle, perché quelle perle sono sinonimo di lavoro e paga. Tra le impiraresse c’è anche Lena, la più giovane: ha solo tredici anni ma possiede già uno sguardo deciso e ribelle sul mondo. Dopo il terremoto, infatti, la ragazza prenderà servizio a Ca’ Cappello, presso la nobildonna inglese Lady Enid Layard, e qui scoprirà un mondo fatto di parole, idee, salotti e solidarietà femminile, sullo sfondo della Belle Époque e del turbinio delle fabbriche della Giudecca.
Nel suo nuovo romanzo, L’isola dei fili perduti edito da Rizzoli, Eleonora D’Errico restituisce dignità al lavoro silenzioso delle mani di migliaia di donne e, purtroppo, dimenticato.
Nell’Inghilterra di fine Settecento, Caroline Herschel, ultima di numerosi figli, anela la libertà e ha sete di conoscenza, ma teme di dover trascorrere la sua esistenza relegata ai lavori domestici. Tutto cambia quando il fratello William scopre quello che sarà definito il pianeta Urano: nominato Astronomo del Re alla corte di Giorgio III, propone alla sorella di partire con lui in qualità di assistente. Senza esitazioni, Caroline accetta l’incarico e individuerà la sua prima cometa. E, con lei, l’indipendenza sempre desiderata.
Ne La cacciatrice di comete, edito da Tre60 e tradotto da Federica Garlaschelli, Penny Haw attinge a piene mani alla storia vera di Caroline Herschel, ricordata per aver scoperto otto comete ed essere stata, soprattutto, la prima astronoma a conseguire un riconoscimento ufficiale dalla Royal Astronomical Society.
Ci vuole coraggio a opporsi alla propria famiglia. E Antonietta Costa, soprannominata la «Bella Costa», lo ha avuto: anziché accettare un matrimonio combinato dai genitori, la sedicenne si ribella e sposa un uomo molto più anziano di lei, Giacomo Costa, con cui costruirà un amore forte e passionale. Quando quest’ultimo decide, però, di ritirarsi a Quinto in eremitaggio, Antonietta asseconderà ancora una volta la sua natura recalcitrante, appassionandosi di politica, collaborando con Giuseppe Mazzini e dando vita a uno dei salotti più stimolanti della Genova dell’800, animato da ospiti di spicco quali Vincenzo Monti, Ugo Foscolo e Giuseppina Bonaparte.
Michela Martignoni e Milena Contini firmano un romanzo storico affascinante, intitolato La bella Costa ed edito da Solferino, ispirato a una donna anticonformista, ribelle e libera. E fonte d’ispirazione, ancora oggi.
Siamo nella Londra del 1887 e una mummia egizia sta per essere sbendata e profanata. Tutti sono entusiasti e trattengono il fiato, tranne Clementine Attridge – figlia del celebre egittologo che ha organizzato l’evento -, che, pochi minuti prima, ha trovato un amuleto tra le bende dell’antica mummia e ne ha tradotti i geroglifici. È l’inizio di una maledizione che, cinque anni dopo, in seguito alla morte di entrambi i genitori e alla grave malattia della sorella, condurrà Clementine in Egitto, alla scoperta della dea citata nel sarcofago, con cui intreccerà il suo destino alla ricerca della verità.
La dea è Nefti, ossia La custode delle anime che dà il titolo all’esordio di Rachel Louise Driscoll, edito da Casa Editrice Nord con la traduzione di Federica Garlaschelli. Un romanzo che ci pone un quesito essenziale: chi sono i nostri veri nemici, gli dei o gli uomini?