La cronofagia è la componente del capitalismo odierno che ha assaltato il tempo della vita umana. È proprio il tempo, oggi, non il denaro, la più grande ricchezza e di conseguenza la più attaccata dal capitalismo cronofago: l’individuo non ha più valore solo in quanto possessore di denaro, ma soprattutto per gli istanti della sua vita, divenuti nuova e inestimabile fonte di guadagno. Ogni minuto che è possibile togliere alla vita di un individuo, viene sottratto poiché diretto al consumo, anche e soprattutto nel tempo del non lavoro.

L’origine del termine

Tempo moneta di scambio
Fonte: pexels

 

Lessicalmente, il significato del termine cronofagia è presto spiegato dalla sua derivazione composita dal greco: cròno- sta per “tempo” e -fagia per “mangiare” o “consuetudine di mangiare”, rispettivamente primo e secondo elemento di composti derivati dal greco e sviluppati modernamente.

Il vocabolo è stato infatti creato da Jean-Paul Galibert, nel suo saggio pubblicato nel 2015 per Stampa Alternativa , I cronòfagi, i 7 principi dell’ipercapitalismo. Il filosofo francese guarda il mondo reale con estrema lucidità, ponendo al centro dell’analisi il tempo: contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è il tempo, non il denaro, la vera ricchezza, la vera merce, la vera preda dell’ipercapitalismo che ne compone e ne sostiene la sopravvivenza.

I cronòfagi. I 7 principi dell'ipercapitalismo

I cronòfagi. I 7 principi dell'ipercapitalismo

Il filosofo francese osserva e analizza il mondo reale con estrema lucidità: al contrario di ciò che si potrebbe credere, oggi è il nostro tempo, non il denaro, ciò che ha realmente valore per l'ipercapitalismo e ciò che lo sostiene.
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Si torna quasi subito a pensare a quel famoso detto  “Il tempo è denaro”, probabilmente un insegnamento che il capitalismo ha sapientemente appreso e fatto proprio. Riferendosi alla cronofagia, il proverbio e il suo significato ampliano il loro raggio d’azione e il concetto viene inoltre decontestualizzato: non ci si riferisce più solo a quel tempo del lavoro, il quale appunto apporta guadagno in denaro, ma anche al tempo del non lavoro.

È stata ormai monetizzata, colonizzata, fagocitata dalla società odierna anche quella fetta di tempo che ci appartiene, che è solo nostra, che non saremmo tenuti a vendere né a scambiare. Per il capitalismo, evidentemente, è il tempo ed in particolare il tempo libero la chiave di tutto, ciò che fornisce potenzialmente infinite opportunità di ampliare i consumi e il bacino di utenza.   

Dal concetto di cronofagia di Jean-Paul Galibert come punto di partenza, nascono infinite riflessioni sulla libertà, di cui ci stiamo progressivamente privando, per nutrire il sistema capitalistico del tempo delle masse, che si illudono di trarne un vantaggio personale. Il marketing, l’illusione della convenienza, del tutto gratis, utile e accessibile, sono processi che fungono da colonizzatori del tempo libero delle persone, poiché evidentemente la volontà di produrre valore dal loro lavoro non basta più, così si è finito per superare il limite delle vecchie fonti di guadagno, sempre di più.

Come invita anche a riflettere Galibert, l’ipercapitalismo si affaccia alla nostra comprensione come un piano per il predominio totale e progressivo sulla totalità del mondo. Se poi ci si ferma a riflettere, il capitalismo, nella sua istanza diretta alla cronofagia, possiede grande abilità nel manipolare le menti, vendendo il nulla come reale e necessario e tentando la conquista dell’essere umano nella sua umanità, nelle sue emozioni, nella sua essenza vitale. Il suo è un progetto di stampo economico ma dal taglio filosofico e più coerentemente metafisico, che porta alla scelta della redditività come principio base, come causa di cronofagia, l’unico criterio su cui basare le proprie prospettive e dal quale dipendere.

Il filosofo e studioso Guy Debord era già arrivato alla conclusione che, nella sua declinazione più avanzata, il capitalismo punta alla vendita di intere porzioni di tempo, nella misura in cui ognuna rappresenta un unico prodotto aggregato che ingloba un certo numero di merci diverse, ragionamento appunto riconducibile alla cronofagia. A questo pensiero si possono ascrivere quelle metodologie tipiche dell’economia dei servizi e del tempo libero, come l’all inclusive, per quanto riguarda lo spettacolo, il turismo e i viaggi, per gli abbonamenti a qualsivoglia consumo culturale e commerciale ma soprattutto per la vendita dello spazio della “socialità”.  

La cronofagia come illusione di libertà

tempo trascorso sui social
Fonte: pexels

 

Quella della cronofagia è un’argomentazione che apre gli occhi su quasi tutti gli ambiti delle nostre vite quotidiane. Impossibile non soffermarsi, ad esempio, sul tempo libero per eccellenza, quello della vacanza: nella vacanza all inclusive non c’è tempo per la libertà, per i momenti di vuoto e di ozio. Per di più, prendendo spunto anche dai ragionamenti che il filosofo e sociologo Edgar Morin sviluppa nel suo libro del 1962 Lo spirito del tempo, il tempo libero in chiave moderna differisce molto dal tempo dei festeggiamenti dell’antichità, i quali erano vissuti come momenti d’incontro collettivo, di piaceri, di festa e se vogliamo, anche di spiritualità, spalmati lungo tutto l’arco dell’anno.

A oggi, in una società dove si pensa di avere maggiore libertà poiché l’essenza primaria della cronofagia porta a esserne convinti, il tempo delle feste è stato polverizzato dalla pianificazione moderna e dalla suddivisione confinata dei momenti del finesettimana e delle vacanze. Per far fronte a ogni incredulità, ci si deve eventualmente domandare perché un ipercapitalismo che vuole fare di ogni angolo della vita una vera e propria compravendita, che spinge per limitare fino allo stremo addirittura le ore di sonno dovrebbe concedere del tempo per la noia e per la contemplazione?

Ed è qui che, svuotando la mente da ogni preconcetto, ci si inizia a chiedere quale e quanto sia nella vita odierna dell’individuo il tempo dedicato alla contemplazione ed alla libertà. Com’è cambiata la fruizione del tempo della non produttività? Come sono cambiate le occasioni che abbiamo di impiegarlo e come lo impieghiamo, con chi? I pochi spiragli di libertà che in passato sarebbero stati tempi morti o inoccupati, vengono oggi letteralmente invasi da dispositivi digitali e da una realtà virtuale che apparentemente annullano la noia, rendendoci reperibili h24 e sempre senza ombra di dubbio attivi, di giorno e di notte, in treno, in autobus, al pronto soccorso, al bar.

Ovunque, il nostro sguardo è sempre proiettato in una realtà parallela e sempre viva che è quella degli schermi. Non esiste tempo vuoto che non possa essere riempito, tanto che la latente cronofagia ha condotto e sta conducendo esponenzialmente alla nascita di nuovi malesseri, nuovi disturbi legati all’ansia come la cosiddetta fomo, allo stress e alla dipendenza dalla digitalizzazione delle proprie esistenze.

In questo senso, la spasmodica adesione ad eventi, incontri, spettacoli, mostre d’arte e feste non rappresenta più un momento di raccolta, di rifugio ed esclusione ma di totale inclusione in una nuova etica del tempo libero, in un’ottica di cronofagia che mette in vendita noi stessi inducendoci a pensare che il non avere tempo sia un sintomo di libertà, mentre invece è tutto il contrario.

Ma che cosa avviene quando tutto viene velocemente fagocitato e quando viene meno la distinta e compiuta coesistenza di tempo del lavoro, tempo dell’ozio e tempo libero? Che succede se si diventa dipendenti da alcuni standard e modelli di vita e si cerca quindi a tutti i costi e patologicamente di riempire il tempo libero?

La cronofagia nella saggistica odierna

Cronofagia
Fonte: pixabay

 

Dal concetto di cronofagia elaborato da Galibert nel 2015, prende forma il pensiero di Davide Mazzocco, autore di Cronofagia. Come il capitalismo depreda il nostro tempo, edito da D Editore per la collana Nextopie.

Cronofagia. Come il capitalismo depreda il nostro tempo

Cronofagia. Come il capitalismo depreda il nostro tempo

Dalla riduzione del sonno alle incombenze burocratiche riversate sulle masse, dalla diffusione dei social network alla fine dei tempi morti, dalle tecnodipendenze ai nontempi dei nonluoghi, dalle vacanze all’erosione della memoria, Cronofagia indaga come il capitalismo depreda le masse del proprio tempo.
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Mazzocco riflette su come non sia più il denaro, in effetti, a tenere le fila delle vite umane nel mondo, ma il tempo: l’uomo contemporaneo è come ipnotizzato in un asservimento indotto ma maturato volontariamente, legato a un sistema politico ed economico all’apparenza confortevole ma nella realtà basato su una dilatazione esponenziale dei tempi del consumo e su una sottrazione progressiva del restante tempo, in una piena ottica di cronofagia volta a trarne guadagno.

“La bulimia dell’ipercapitalismo non può essere circoscritta al tempo di lavoro come in Marx, ma va adeguata a un perimetro temporale più esteso che include il tempo libero”, scrive Mazzocco.

Non può che far riflettere, nel momento in cui assistiamo ogni giorno e sempre di più ad un cambiamento di mentalità, che ci porta a vedere nel sovrasfruttamento del tempo libero una ricompensa data dal tempo impiegato nel lavoro. Di conseguenza, non appena terminato il momento della produttività lavorativa, l’essere umano spende i propri guadagni e ciò che resta del suo tempo per soddisfare bisogni identitari e necessità di consumo abilmente creati dal marketing, che li riesce a capitalizzare portando l’individuo a compiere un nuovo lavoro, stavolta immaginario e non retribuito.

Emblema della cronofagia odierna è senz’altro Facebook, come molti altri social network dopo di lui, un vero e proprio eden dei guadagni che ha aperto al capitalismo la possibilità di raccogliere un’enorme quantità di dati sulle nostre preferenze di consumo, che in passato avrebbero avuto bisogno di lunghe ricerche di mercato.

Non riteniamo quasi mai importante questo concetto, tuttavia lo è: le applicazioni del capitalismo digitale generano i propri guadagni e moltiplicano i propri capitali (che reinvestono a ripetizione), grazie alle prodigiose offerte d’attenzione degli utenti, in forma di dati, contenuti ma soprattutto tempo. Sostanzialmente, è come se stessimo lavorando per Zuckerberg, credendo che sia lui a lavorare per noi.

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Gli strumenti tecnologici riempiono quelle fessure di tempo che in passato erano tempi vuoti, eliminando la noia e rendendoci sempre reperibili. È l’inganno della perenne velocità e della cronofagia. Come accade per la cronofagia tecnologica e per quelle già citate della vacanza e delle attività ricreative e sociali, perfino il sonno, preso in esame anche da Mazzocco, diventa oggetto di consumo continuativo.

Cronofagia, riduzione del sonno e lavoro agile

Riduzione del sonno
Fonte: pixabay

 

In uno scenario come quello contemporaneo, effettivamente il sonno rimane l’unico in grado di sfidare l’ipercapitalismo: in virtù di ciò, il tempo del riposo notturno viene progressivamente ridotto da invenzioni ad hoc attuate per tenerci svegli il più possibile, diventando l’ultima preda della cronofagia moderna. La fusione delle ore lavorative con quelle in cui il marketing conduce le persone a fare un doppio lavoro progredisce ogni giorno di più, cercando di abbattere un passo alla volta l’ostacolo del sonno, una riflessione che riprende anche Mazzocco pensando ad un’affermazione importante rilasciata dal CEO di Netflix nel 2017:

Quando guardi uno spettacolo di Netflix e ne diventi dipendente rimani sveglio fino a tarda notte. Alla fine, siamo in competizione con il sonno ed è una grande quantità di tempo”.

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Parole che lasciano il segno nelle coscienze e nel pensiero critico umano. Agli individui viene imposto, con la scusa della bellezza dell’intrattenimento per tutti i gusti, di partecipare alla produttività non soltanto durante il tempo lavorativo ma anche durante tutto il resto della nostra vita quotidiana, alterando ogni confine fra le differenti attività.

Tuttavia, oltre ai campi d’azione finora esaminati, un altro ambito sta gradualmente diventando oggetto d’interesse della cronofagia ipercapitalistica, un ambito sul quale di recente è stata aumentata la luminosità dei riflettori: la riorganizzazione del lavoro. Nuovi punti di legame, nuove tecnologie, nuovi approcci, di cui fa parte ad esempio lo smartworking: una nuova concezione di lavoro “agile” dai risvolti positivi e negativi.

Se è vero che recenti studi hanno dimostrato la sua efficacia in termini di aumento della produttività lavorativa, ulteriori studi quali ad esempio il report di Capgemini Research Institute hanno evidenziato le nuove paure e difficoltà presentatesi nelle vite di molti dipendenti, prima fra tutte la sensazione di essere always on, all’interno di questo nuovo modo di concepire il lavoro. Come esordisce la stessa indagine scientifica di Capgemini, è come se il futuro del lavoro (e del lavoratore in carne ed ossa) fosse sempre più proiettato ad evolversi da “remoto” ad “ibrido”.

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Una vera e propria bulimia del tempo libero e della cronofagia infinitamente espandibile.

Attraverso l’apertura del dibattito da parte dell’autore francese Jean-Paul Galibert, la successiva ripresa da parte di Davide Mazzocco (che non si eleva a criticare il capitalismo ma si limita ad invogliare gli individui alla presa in esame di ulteriori letture e studi) e l’analisi della vita quotidiana delle masse, diventa urgente la valutazione del capitalismo contemporaneo in relazione al tempo di vita concesso agli esseri umani. È il punto di partenza per prendere coscienza della cronofagia come fenomeno reale, a sua volta punto di partenza per la sua sconfitta.

Le vie d’uscita

Uscire dalla cronofagia
Fonte: pexels

 

È un tunnel, ma non è senza uscita. Le stretegie sono probabilmente interconnesse fra di loro e non sempre distinguibili, ma richiedono il coraggio dello spirito critico e intellettuale del singolo e della collettività.

Innanzitutto, la psicoterapia deve iniziare ad occuparsi sempre di più di questi temi e delle loro conseguenze. Un’arma efficace è probabilmente quella della maturazione di una visione di lotta, del singolo e della collettività contro la tendenza della cronofagia ad assottigliare il suo tempo libero pratico, per evitare che si arrivi ad assottigliare anche quello del pensiero, in una concezione, se vogliamo, vagamente orwelliana.

Il nostro bisogno di evasione, di svuotare la mente anche solo per pochi istanti è già ben visibile, seppur malamente soddisfatto a causa della cronofagia odierna. Mentre gli individui credono che per vincere questa battaglia si debba fare e ottengono quindi il risultato di uno stress ancora superiore, la psicoterapia dovrà insegnare a non fare, a combattere questa battaglia interiormente.

La cronofagia non è ancora sottoscritta in una qualche patologia ufficiale, ma in un futuro non troppo lontano ci si imbatterà sempre più frequentemente nella figura del prosumer, colui che è produttore e consumatore contemporaneamente, attraverso l’aiuto della rete, in un lavoro perenne e non pagato. Gli psicoterapeuti avranno sempre più a che fare con questa figura. La terapia consisterà non nell’assunzione di farmaci, ma nel ripensamento di un nuovo stile di vita, suddiviso diversamente e fatto anche di momenti di vuoto.

Al momento attuale, una questione che è già diventata di centrale importanza è quella della qualità del sonno: all’inizio non se ne voleva prendere atto, ma poi si è entrati nell’ottica che l’uso di schermi, il proliferare di metodi giornalistici sensazionalistici che hanno lo scopro di guadagnare sull’attenzione dei lettori, l’utilizzo di internet per quasi tutte le attività quotidiane e la riduzione del tempo trascorso a contatto con la natura hanno ridotto e continueranno a ridurre la qualità e la quantità del riposo notturno.

È necessario rendere centrali nel discorso anche i metodi di relax come lo yoga, le attività all’aperto e tutto ciò che concerne l’essere sempre attivi,  i quali non fanno altro che operare come palliativi, nascondendo in realtà il loro reale scopo di riempimento dei tempi morti. La vera origine del problema della cronofagia è proprio la continua e incessante invenzione di attività, più o meno sensate, che mantengono viva l’iperattività e saturano il tempo della vita.

Produrre meno, fare meno, ma più liberi: si può, tornando lenti, svincolati dall’obbligo verso qualcosa di indefinito, anche attraverso l’adozione di tutte quelle metodologie che acquisiscono l’aggettivo “Slow”. È il caso, ad esempio, dello Slow tourism, come pure dello Slow food. Abbattere la cronofagia richiede che si minino le fondamenta stesse del mondo in cui viviamo, un’operazione di certo non facile, considerato che su di esse si alimentano molti interessi.  Ma più il tempo passa, più la corsa accelera ma il tempo viene inghiottito, sempre più privo di significato.

Probabilmente, ad un certo punto ci si troverà a vivere nel nostro mondo un tempo nuovo e il tempo sottratto non potrà comunque più essere restituito. L’unica salvezza è anche la più grande forza che gli esseri umani possiedono in quanto tali, qualcosa che potrebbe rivelarsi capace di sopravvivere: il pensiero.

Articolo originale pubblicato il 13 Maggio 2021

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