Il complesso di evirazione e l'invidia del pene delle donne secondo Sigmund Freud

L'invidia del pene è uno dei concetti più noti della teoria psicanalista di Sigmund Freud, che ha condizionato per secoli l'idea che abbiamo della sessualità femminile, spingendoci a intenderla come sola passività e opposta a quella maschile. Ma è davvero così?

I concetti di complesso di evirazione e invidia del pene fanno la loro prima apparizione nel saggio del 1908 Sulle teorie sessuali dei bambini, testo in cui Sigmund Freud presenta alcune delle sue più importanti considerazioni sulla sessualità. Queste tesi, successivamente, confluiranno nella riedizione del ben più noto Tre saggi sulla teoria sessuale.

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Questi complessi, secondo Freud, costituiscono un momento cardine dello sviluppo psicosessuale femminile e rappresentano uno dei passaggi fondamentali per lo sviluppo dell’identità di genere. Una funzione speculare è esercitata dall’angoscia da castrazione, complesso tipico di questa fase dello sviluppo dei bambini maschi.

Come nasce l’invidia del pene?

L’invidia del pene insorge come produzione dell’immaginazione della bambina che nella fase fallica, ovvero il terzo momento dello sviluppo sessuale del bambino che va dai 3 ai 5 anni circa, assume consapevolezza della differenza anatomica che intercorre tra lei e un bambino maschio. Rendendosi conto che, a differenza dei maschi, lei non ha il pene, sviluppa la fantasia inconscia di essere stata castrata.

In questa fase dello sviluppo, la fallica per l’appunto, il pene è l’organo di principale interesse per entrambi i sessi. Infatti, è questo il periodo in cui il bambino, accortosi della mancanza dell’organo nelle femmine, inizia a provare angoscia per la possibilità che il suo pene venga reciso dal padre come punizione per aver desiderato la madre.

Questo momento rappresenta l’evento che funge da cardine per tutte le altre tappe significative dello sviluppo sessuale, come l’insorgere del complesso di Edipo per i bambini e del complesso di Elettra per le bambine. Nello specifico, la bambina, angosciata da questa sua fantasia di castrazione, sviluppa invidia per il pene del maschio in un processo che potremmo sintetizzare e semplificare in alcuni punti:

  • nel passaggio dalla fase anale a quella fallica, sviluppa i primi impulsi verso la madre
  • individua nella mancanza del pene l’impedimento all’instaurazione di una relazione con la madre
  •  sviluppa invidia per il pene e per chi lo possiede
  •  individua come soluzione la possibilità di ottenere il pene del padre
  •  sostituisce, come oggetto del desiderio, il padre alla madre, che ora è vista come rivale e responsabile della sua castrazione.
  •  si identifica con la madre per imitarla e poterla sostituire
  • temendo la punizione, sposta il suo desiderio sessuale dal padre verso gli uomini in generale
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La critica femminista all’invidia del pene

La teoria della sessualità infantile di Sigmund Freud è stata spesso oggetto di critica da parte di diverse studiose femministe. Al centro di questa critica vi è la convinzione che la riflessione freudiana sulla psicosessualità sia espressione di eteronormatività e costruisca un’idea della sessualità femminile come dipendente da quella maschile. La colpa di Sigmund Freud è quella di aver creato un’immagine della femminilità come mancanza di qualcosa, come “altro” rispetto al maschile.

La prima studiosa a muoversi contro le posizioni freudiane fu Karen Horney. Con il suo contributo, Horney gettò le basi della psicologia femminista, insistendo sul nuovo concetto, seppur discutibile, di ‘invidia dell’utero‘. Secondo questa teoria, infatti, sarebbero gli uomini a invidiare la capacità femminile di generare vita e questo li spingerebbe a tentare di dominare le donne in ogni altro campo.

La docente americana Jane Gallop, leggendo Freud attraverso il filtro di Jacques Lacan, cosa che peraltro è comune a molte psicanaliste femministe, problematizza la questione dell’invidia del pene in relazione a quella che viene definita ‘la Legge del padre‘. Nel suo saggio The Daughter’s Seduction, Gallop esplicita la necessità di decostruire la superiorità paterna. Questo può avvenire solo se invece di invertire il sistema, si procede a una sua completa distruzione. Bisogna spogliare l’organo sessuale maschile (del padre in particolar modo) del suo status symbol.

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Tra le numerose pensatrici che hanno mosso critica a Freud, poi, una delle voci più autorevoli è quella di Luce Irigaray, filosofa belga che, nella sua opera più nota Speculum. Dell’altro in quanto donna, passa in rassegna la storia della psicanalisi, colpevole di aver promosso nella nostra cultura valori maschilisti.

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In una società fallocentrica, l’invidia del pene che la donna proverebbe, rappresenta lo strumento attraverso cui l’uomo può riconoscersi nella propria superiorità. Il maschio si culla nell’immagine della donna come mancanza, come entità subalterna.

L’altra donna, quella di cui parla Irigaray, non è nostalgia del maschile. La sessualità femminile è dotata di una sua complessità e di una sua unicità, che la psicanalisi non ha mai colto perché si è preoccupata poco del desiderio femminile. Dunque, è sbagliato considerare lo sviluppo psicosessuale della donna nei termini di passivo rispetto a un attivo maschile. Lo studio andrebbe distinto e andrebbe riconosciuta alla donna la sua identità.

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