5 domande a 5 scrittrici sul tema "Emancipazione" | INTERVISTA


Quando si parla di emancipazione, ognuno di noi tratteggia nella propria mente i contorni di una scena diversa. C’è chi pensa alla fuga, chi alla ribellione rispetto a dei ruoli imposti, chi al recupero del proprio potere, chi alla rivendicazione dei diritti, chi alla lotta e alle sue molteplici declinazioni.
Pur non essendoci un significato più corretto di un altro, tutte le interpretazioni convogliano, in ogni caso, verso l’etimologia latina del termine: una crasi tra il prefisso “ex-“, ossia “allontanarsi da”, “uscire da”, e “mancipium”, a sua volta connubio tra le parole “manus” e “capere”, quindi “prendere in mano”, “avere in pugno”.
Da qualsiasi prospettiva la si guardi, dunque, l’emancipazione designa un movimento: un andare via da (un sistema che opprime, una situazione che soggioga, una condizione che inficia il nostro benessere) per procedere verso un qualcosa di inedito, un orizzonte nuovo, libero, personale.
Al netto del senso che vogliamo affidargli, l’atto emancipatorio affascina e irretisce, e caratterizza molti dei lavori letterari da poco presenti sugli scaffali delle librerie. A parlarne in modo originale e approfondito, infatti, vi sono: Raffaella Silvestri con La persona peggiore, Nina Quarenghi con Ai confini del vento, Enrica Tesio con la raccolta di poesie Cosa ne sanno i poeti, Patrizia Rinaldi con La Santa di casa, e Giovanna Potenza con il suo saggio Malefiche. Storia della caccia alle streghe in Italia.
Cinque punti di vista dissimili sul modo di esperire l’emancipazione che costituiscono l’emblema del fatto che non vi sia una strada giusta o sbagliata, ma solo una presa di consapevolezza che chiede di essere accolta e di esistere. Sia essa sotto forma di un viaggio a Bali senza biglietto di ritorno, di una ribellione per accedere alla biblioteca nel mezzo di un confino politico, di una poesia per affrancarsi dalle tristezze del mondo, o, ancora, di una voce interiore che ci guida e ci supporta o di erbe e medicamenti che possono regalarci indipendenza, a dispetto delle conseguenze.
Ne abbiamo parlato direttamente con le autrici coinvolte: sfoglia la gallery per leggere le interviste.

C’è chi va in viaggio di nozze e chi, dopo aver sposato l’uomo che ama, va a Bali. E ci resta sei mesi. Da sola. Senza data di ritorno.
Di primo acchito può risultare senza dubbio una scelta controintuitiva – soprattutto perché la proposta di matrimonio è giunta da lei, non da lui -, ma, se osservata con più attenzione e compresa nelle sue intenzioni, si trasforma in un atto innervato di libertà ed emancipazione. Chi lo dice, infatti, che la crisi debba necessariamente precedere le nozze, e non possa, invece, palesarsi dopo? O, meglio, che la crisi esista già, sia intrinseca, e non si risolva nonostante il matrimonio?
Le nozze come palliativo e risoluzione di crisi interiori è una delle grandi, beffarde illusioni del patriarcato: opporvisi ad atto compiuto è, dunque, un modo – alternativo, forse, ma legittimo – di rivendicare il proprio sentire, il proprio posto, le proprie volontà.
O, anche, un modo per comportarsi «fuori dal mio personaggio perché spero di uscire dal personaggio», eludere gli schemi imposti, eradicare i ruoli, «dare torto a qualcun altro». O, ancora, fuggire da una sensazione di “prigione”, tanto individuale quanto collettiva.
Le ragioni sono molteplici, a volte neanche troppo cristalline, e ce le racconta la protagonista de La persona peggiore, l’ultimo lavoro di Raffaella Silvestri edito da Mondadori. La protagonista di questo romanzo, che si pone al crocevia tra autofiction, saggio femminista e disamina sociologica, non è solo Raffaella: siamo anche noi, donne con lavori precari e collaborazioni sottopagate, debiti e problemi economici, che si interrogano sul proprio orizzonte di vita – presente e futuro -, sulle proprie scelte – spesso discutibili -, e che sono «un casino».
Femministe “imperfette”, cresciute in famiglie che potremmo definire disfunzionali, con poco amore, donne medicalizzate anche quando non necessario, attente a non «perdere la dignità con gli uomini», che, però, gli uomini li inseguono ancora – perché «non conosco altro che questa dinamica, io che inseguo e l’altro che rifiuta».
Donne infantili, viziate, un po’ antipatiche, “difettose”, in trappola anche in situazioni che hanno scelto loro, in maniera del tutto consapevole e desiderata. In definitiva: le persone peggiori del mondo.
Con una lucidità disarmante, Silvestri ci introduce in una congerie di dissidi interiori, diagnosi di neurodivergenza, «crisi di mezza età», lezioni di yoga e spiritualità patinata, ecstatic dance e giri in motorino, puntellato di analisi puntuali e incisive del contesto socio-culturale in cui siamo immersi, che appaiono alla stregua di “ponti” non solo per la comprensione dei nostri personali microcosmi, ma anche del nostro macrocosmo – inteso come società, mondo, cultura.
Ponti che mirano a trovare, tra le pieghe del patriarcato, la mancanza di parità, l’illusione di mondi alternativi e «padri di merda», delle risposte ai nostri dubbi esistenziali. O, perlomeno, si sforzano di trovarle, di indicare una via percorribile.
Chi legge le riflessioni e le esperienze di Silvestri, infatti, non può non identificarsi con le domande e le incertezze che l’autrice-protagonista ha il coraggio di porre sul tavolo chirurgico, senza edulcorazioni o giri di parole, ma con uno stile brillante, autoironico e brutalmente onesto.
E di dirsi, finalmente, con la stessa sincerità di cui sono imbevute le parole del romanzo: ma forse, sai che c’è? Alla fine la persona peggiore lo sono anche io. E va bene così.
Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

L’effetto, una volta concluso il libro, è quello di una catarsi: l’atto di mettere in mostra i lati “peggiori” della protagonista ci legittima ad accogliere le nostre imperfezioni, i nostri bagagli emotivi e le nostre idiosincrasie. Anche per te la stesura del romanzo è stata una catarsi? E, più in generale, quando hai sentito l’esigenza di trasferire su carta questo coacervo di esperienze, interiori e non solo?
Mi mancavano libri che parlassero di me, del presente, dei miei problemi che magari non sono i problemi estremi delle nostre antenate – povertà, violenza, soprusi eccetera, tutti temi che vanno molto di moda nella letteratura oggi – ma che non sono meno reali. E cioè: qual è un modo di amare che risulti sostenibile oggi? Quali sono le esperienze che volevo fare e che invece non ho fatto, e di cui ho rimpianto ora che mi ritrovo a trentasette, trentotto, quasi quarant’anni (ai tempi in cui l’ho scritto). E del lavoro, di tutte le cose che pensavo di poter riuscire a fare, perché non sono riuscita a fare nulla? Almeno così mi sentivo io e così si sente la protagonista: un potenziale non realizzato, una promessa a se stessa non mantenuta.
Nella prima parte del romanzo, le parole «imbarazzo» e «vergogna» emergono in modo molto frequente. In relazione al programma Non è la Rai, per esempio, affermi di provare: «Quel senso di imbarazzo per loro, l’imbarazzo per le ragazze che ballavano e fingevano di cantare. Poi mi dicono, ma chissà com’è che sei diventata femminista. Ero in prigione, eravamo in prigione. Certo, sempre meglio di ora che le madri portano le figlie a festeggiare i compleanni nelle beauty spa: la condizione di bambina è una prigione permanente, che attraversa le ere». E riguarda anche le donne adulte, come dimostrano, poi, le «amiche russe», con il loro servilismo e la ricerca di un «uomo alpha». Insomma, non se ne esce. O forse sì? Come si distruggono le sbarre di questa prigione, fatta (ancora) di ruoli imposti e disparità?
Le bambine sono proprio la categoria più oppressa della società, già non diamo credito ai bambini in generale, ma le bambine… Sottoposte a un sacco di tormenti: ai nostri tempi era Non è la Rai, oggi è TikTok o la cultura visiva che deriva da TikTok, con quell’esposizione di una femminilità stereotipata, da un lato, ma ancora la richiesta di essere giudiziose e brave e sportive e studiose e silenziose. Il condizionamento comincia presto, poi è naturale che la questione dell’amore, delle relazioni, di trovare un partner giusto per noi diventi molto più vitale. Intanto ci insegnano che è vitale. E poi, come scriveva la femminista americana Shulamith Firestone, la scelta del partner giusto per noi è letteralmente una questione di vita o di morte: per questo stiamo sempre a parlare di amore con le amiche. Il fidanzato sbagliato nel migliore dei casi ti fa vivere nell’ansia e nell’infelicità, nel peggiore ti può fare del male. Il compagno migliore invece, come devo dire capita a me, ti ispira ti apre la mente ti fa sentire sicura delle cose che hai da dire. Insomma io capisco perché passiamo così tanto tempo alla ricerca della formula giusta, passando dal servilismo, dalla “sottoneria”, dalla manipolazione in alcuni casi. Le relazioni sono difficili! Rese ancora più difficili dallo squilibrio di potere insito nella società.
A Bali si parla continuamente di “ricerca”: Irina cerca «qualcosa che non era ancora stato trovato», i «digital nomads» cercano di creare aziende, Nadia cerca un uomo, e tanti cercano sesso, l’illusione di una routine diversa, la libertà. Tu hai capito che cosa cercavi? E, soprattutto, pensi di averlo trovato? A posteriori, poi, credi che la tua fuga sia stata, in qualche modo, anche un atto di emancipazione?
Io un po’ prendo in giro Bali e l’idea di Bali, che è l’idea di trovare se stessi, ma un po’ la legittimo, nel senso che a me qualcosa ha lasciato e sicuramente mi sono divertita e sicuramente ho scoperto delle cose di me. Alla fine è un posto in cui arrivano donne da tutto il mondo con i loro dubbi e le loro crisi. A volte cercano risposte in modo un po’ banale, replicando le strutture della società che hanno lasciato e che le ha messe in crisi all’inizio. Viaggiare da sole è sempre un atto di emancipazione. Io da tutta la vita cerco l’emancipazione ma sono trattenuta da tutte le sovrastrutture che trattengono tutte le donne… Fuggire è stata sempre la mia via per l’emancipazione, la libertà, buttare il cuore oltre l’ostacolo. Ma non sempre funziona e comunque non nel modo che ci ha fatto credere Mangia Prega Ama.
Ho apprezzato molto la commistione sagace tra pubblico e privato, tra macro e microcosmo, che hai attuato nel corso di tutto il romanzo. A tal proposito, a un certo punto, riflettendo sulla “tossicità” di Carrie Bradshaw in Sex and the City, scrivi: «Le ragazze sono diventate più severe con le donne, non meno. Vogliono che i personaggi siano evoluti: femministe perfette, non dipendenti dagli uomini. Vogliono personaggi femminili che abbiano decentrato gli uomini, che abbiano uno stile di attaccamento sicuro, che abbiano fatto il lavoro della psicoterapia. Vogliono donne che facciano la skincare e la morning routine come metodi per tenersi sane di mente. Vogliono confini personali e pace». Il femminismo è diventato performativo?
Viviamo una dissociazione incredibile fra un femminismo acquisito a livello intellettuale e il modo in cui viviamo la nostra vita. Oggi sappiamo che non dobbiamo basare tutte le nostre decisioni su un uomo – soprattutto se quell’uomo è un narcisone come era il personaggio di Big – ma nella pratica, ancora soffriamo per amore proprio perché mettiamo sempre l’uomo al centro di tutto. È assurdo prendersela con i personaggi perché non sono perfetti. È semplicemente l’ultima e nuova frontiera della misoginia, giudicare i personaggi femminili perché sono antipatici e non sono abbastanza femministe. Nessuna di noi lo è, siamo veramente un work in progress, spero più libere e “allineate” a ogni nuova generazione.
Concludo con un tema che mi sta molto a cuore, e che sottopongo ad autrici e autori che scrivono di famiglia. Quest’ultima, infatti, in qualche modo costituisce una sorta di “alveo” dell’intera narrazione – perché, alla fine, è dalla famiglia che si dipana tutto il resto, il nostro modo di stare al mondo e di comportarci con noi stessi e con le altre persone. Da questo punto di vista, dichiari: «[…] Ho pensato quella cosa che pensano tutti a un certo punto della vita e cioè che la vita è quello che fai nonostante i tuoi genitori; non sapevo se ci sarei riuscita, ma tanto valeva provare». Come sta andando questo tentativo? E come si fa pace con il fatto che i nostri genitori siano imperfetti, umani e fallibili?
Io penso che la famiglia sia sì un peso importante che ti trattiene e ti impedisce di vivere liberamente, quando è disfunzionale, ma non dobbiamo darle tutto il peso, perché la famiglia è inserita nella società, è sempre prodotto della società. Non credo nella psicanalisi che non prenda in considerazione la sociologia, e cioè che certe storture sono sì private ma sono anche sistemiche, a un certo punto dico che tutte abbiamo avuto dei padri di merda, e un po’ lo penso. Magari voi (che leggete) siete l’eccezione, ma il ruolo del maschile prevedeva quello. Questo non è una giustificazione però, non credo al concetto di “hanno fatto il meglio che potevano”. Ognuno nei suoi condizionamenti può provare a essere, in questo caso davvero, un po’ migliore.

Dal 1928 al 1939, l’isola di Ponza fu utilizzata dal regime fascista alla stregua di colonia di confino politico. Tra le strade in salita e le case arroccate, «incastrate le une nelle altre», giunsero migliaia di dissidenti, comunisti, antifascisti, socialisti, anarchici e azionisti.
“Soggetti socialmente pericolosi” – come vennero definiti – radunati in una vera e propria prigione a cielo aperto e soggiogati dalla noia, dalla lontananza dai propri cari e da rigide limitazioni di movimento, parola e discussione, stipati in cameroni umidi e ristretti e sottoposti a sorveglianza costante, percosse e insulti da parte dei militi e umilianti privazioni (di cibo, di igiene, di dignità).
L’isola di Ponza – e, con lei, quella di Ventotene, Ustica, Lipari, nonché borghi sperduti e remoti del centro e del sud Italia – costituiva, dunque, una ghettizzazione non solo geografica, ma anche emotiva, ideologica, sociale, dove, tuttavia, non mancarono reazioni e proteste, tra mense autogestite, biblioteche, corsi di studio e attività artigianali.
A Ponza, inoltre, furono confinate anche figure di spicco della scena politica, tra i futuri protagonisti della Repubblica italiana, come Sandro Pertini, Giorgio Amendola, Camilla Ravera, Pietro Nenni, Altiero Spinelli e Umberto Terracini, i quali, tra i bordi frastagliati dell’isola, non rinunciarono alla strenua difesa delle proprie idee e continuarono a scrivere, studiare e redigere manifesti politici.
Tra le persone forzate al confino vi furono anche molte donne – staffette, militanti comuniste, antifasciste -, come Maria Baroncini, che prende il nome e il volto di Ines Molinari nel nuovo romanzo di Nina Quarenghi – insegnante di storia e italiano e parte del direttivo dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza -, intitolato Ai confini del vento ed edito da Mondadori.
Fervente comunista di Cesena già in tenera età, Ines abbraccia il Partito Comunista e a 19 anni, in qualità di delegata della sezione femminile a un convegno del PC organizzato a Roma, conosce Luigi Nobile, «un brillante studente barese che faceva parte dei giovani comunisti», e, in seguito, uno dei dirigenti cardine del partito, con cui intreccia una storia d’amore e ardore politico.
Tra Napoli, Milano, Mosca e, infine, Parigi, i due coniugi sono tra i protagonisti della fitta rete cospirativa internazionale, dove Ines non esita a trascrivere i documenti a macchina e a fungere da “ponte” comunicativo tra i membri del partito, inviando e ricevendo lettere cifrate o scritte con l’inchiostro simpatico.
Ed è proprio durante una di queste missioni, con una valigia ricolma di opuscoli contro il regime, che Ines viene scoperta e catturata dagli agenti di frontiera e, dopo diciotto giorni di viaggio e trattamenti inumani, giunge a Ponza nel gennaio del 1933, dove è condannata a un confino di 10 anni, lontana dal marito e dalla piccola figlia Lea.
Qui, grazie alla profonda sorellanza che la lega alle altre confinate politiche – Elsa, Rossana, Alma e la sorella Carla: «In tutto erano cinque, come le dita di una mano» – e al suo carattere fiero e tosto, che piega anche le camicie nere, Ines fronteggerà il suo castigo con ostinazione, emancipandosi dal ruolo relegato alla lavanderia e alla cisterna proprio delle donne sull’isola e lottando con furia per la tutela della dignità e dell’autodeterminazione, sua e delle sue compagne-amiche. E mantenendo integra «la pelle della sua identità di donna, di compagna, di moglie e di madre».
Con un linguaggio metaforico, ma mai stucchevole, intriso di ideologia e rivoluzione, Quarenghi ci conduce, così, alla scoperta di un tema generalmente inconsueto a livello letterario – quello del confino – ma degno di essere approfondito e studiato, indugiando, in particolar modo, sulla condizione, la sofferenza e il coraggio delle donne: le più confinate tra i confinati.
Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.
Come precisi nella nota introduttiva, il romanzo è ispirato alla militante comunista di Imola Maria Baroncini, figura che hai scoperto nel 2018. Che cosa ti ha colpito della sua storia, e perché hai sentito l’esigenza di trasporla sotto forma di romanzo? Come si è sviluppato, poi, il processo creativo e di ricerca storica? E cosa ti hanno raccontato le sue pronipoti, Federica e Michela Lamedica?
Ciao Roberta, il piacere è mio. Grazie a te perché mi ospiti nella vostra bellissima Community.
Sì, il romanzo è ispirato a Maria Baroncini e alle donne che, come lei, hanno vissuto gli anni duri del confino durante il fascismo. Quando mi sono imbattuta nella sua vicenda, contenuta nell’autobiografia Memorie degli anni difficili, mi hanno colpito la sua integrità e la sua determinazione, ma anche il linguaggio scarno con il quale raccontava gli eventi e le relazioni intessute in quel periodo. I legami d’amore e d’amicizia, la nostalgia per la sua bambina, l’oppressione della milizia, le tensioni della protesta, tutto era delineato in bianco e nero, quasi senza lasciar trapelare i sentimenti, forse a causa del carattere riservato dell’autrice. Era una vicenda potente raccontata sottovoce e mi è venuta voglia di rivelarla, dando spazio ai toni del cuore, ai colori delle emozioni. Potevo farlo solo attraverso la narrativa, che mi permetteva di non tradire la storia, ma di renderla viva con l’immaginazione.
Nel processo creativo, gradualmente, ha preso forma il personaggio di Ines Molinari, nel quale sono confluite le esperienze di Maria e di altre donne di cui ho studiato la storia, oltre alla mia sensibilità di autrice. Le care pronipoti Federica e Michela, che avevo conosciuto alla presentazione del libro della loro bisnonna, mi hanno dato un sostegno morale che tuttora sussiste. Per l’ambientazione, invece, ho studiato la ricca memorialistica dei confinati e delle confinate e ho consultato la documentazione sui prigionieri politici conservata all’Archivio Centrale dello Stato.
Ines è un emblema di autodeterminazione e difesa della propria e altrui dignità. È lei, per esempio, a ribellarsi al ruolo in cui sono state relegate le confinate politiche: mentre «i compagni fuori organizzano la raccolta dei libri, aprono la biblioteca e fanno i turni per lo spaccio», infatti, lei, Elsa, Rossana, Alma e Carla rammendano «una montagna di panni». E Ines riflette: «Secondo me il punto è che ci sentiamo costrette tutte, come se non avessimo scelta, però noi una scelta ce l’abbiamo. D’ora in poi rammendo solo le cose mie. Sai quanto tempo mi resta per leggere e studiare? Ore intere». Non a caso, è proprio lei a guidare la protesta per aprire la biblioteca fuori dai cameroni, in orario diurno (biblioteca, appunto, preclusa alle donne dell’isola). Tutte fanno affidamento su di lei: «Se erano cinque come le dita di una mano, sentivano che Ines era il pollice che tutte le teneva insieme». Dal tuo punto di vista, oggi, abbiamo figure con questa tempra, che possano guidare la nostra emancipazione? Chi è il “pollice” che ci tiene insieme? E chi sono, in definitiva, le “Ines” del nostro tempo?
Che bella domanda, Roberta. Credo che il mondo sia pieno di donne “pollice” che quotidianamente e silenziosamente svolgono il loro ruolo con grande forza; la prima che mi viene in mente è Navi Pillay, di cui non sapevo nulla prima che fosse insignita del Premio Nobel per la Pace, e che invece rappresenta una stella nei tempi bui che viviamo.
Penso che la tempra di Ines sia comunque sparpagliata in moltissime donne, oggi, ma anche in molti uomini, soprattutto delle giovani generazioni. È a loro che guardo, ai ragazzi e alle ragazze della generazione Z, che dimostrano molta più saggezza dei padri e dei nonni, nel pensare agli altri non in termini di maschi e femmine, ma di persone da rispettare in modo egualitario nel loro diritto di stare al mondo.
Il romanzo ha il grande merito di sottolineare come la condizione delle donne al confino sia stata profondamente diversa rispetto a quella degli uomini. Di fronte alle proteste e alla collera di Ines e delle compagne, il cui accesso alla biblioteca pubblica è stato negato solo «perché donne», la reazione degli «amici di partito» è stata quella di un «bonario rimprovero, di riprovazione paternalistica, come davanti a un gruppo di ragazzine capricciose alle prese con un’inutile bravata». Senza dimenticare, poi, la storia di Candiduccia, orfana di Ponza sequestrata da un gruppo di compagni in una casa comune, dove è stata costretta a vivere con loro per mesi e ne è uscita malata di sifilide. Quanto e come si è insinuato il mostro del patriarcato, anche nel partito più progressista tra quelli italiani?
Credo che il patriarcato, soprattutto a quel tempo, non si sia insinuato, ma fosse connaturato al contesto sociale stesso, fosse cioè intessuto in ogni fibra, in ogni rapporto costruito lungo i secoli: essendo anche quel partito formato per la maggioranza da uomini con quella mentalità, non c’era tutto sommato differenza con qualsiasi altra organizzazione, dove il ruolo delle donne, purtroppo, restava nettamente ancillare a quello dei maschi.
In relazione a un’altra protesta, mirata a «ripristinare i nostri diritti: tutela della salute, tutela della dignità della persona, riapertura dei centri studio, puntualità nella consegna della mazzetta», Ines nota come, al netto delle divergenze di partito, «erano stati davvero in tantissimi ad aderire e, anche se non avevano l’approvazione del centro, quest’azione così partecipata poteva avere un’eco importante, poteva addirittura risvegliare le coscienze addormentate degli italiani». Anche nella società contemporanea, le coscienze di molti, troppi, italiani sono “addormentate”: come possono essere risvegliate, secondo te?
Penso che oggi ogni persona sia in contatto con una doppia dimensione: quella reale in cui vive quotidianamente e sulla quale potrebbe agire fattivamente (lo spazio domestico, la città, lo Stato) e quella enorme virtuale, che non può toccare e respirare, ma nella quale è comunque immersa. È questa seconda dimensione che, a mio avviso, distrae le coscienze, le anestetizza o, al contrario, le angoscia al punto da renderle incapaci di agire. Le persone più a rischio di “addormentamento” sono quelle meno attrezzate per affrontare criticamente la valanga di informazioni dei media e dei social. Per questo io investirei prima di tutto nella scuola, ambiente in cui possono crescere e rafforzarsi le coscienze individuali e collettive, e nella cultura, promuovendo gli spazi di condivisione di idee e di pensieri, anche virtuali, purché di qualità come Roba da Donne.
L’esperienza del confino narrata nel romanzo mette in luce i margini entro cui erano segregate le donne – non solo sull’isola, ma anche nel contesto socio-culturale – e la loro disobbedienza, fatta di studio, insegnamento e proteste. A quasi 100 anni di distanza, quali sono i confini che dobbiamo ancora valicare? La politica è tuttora una forma di emancipazione?
Penso che molti confini siano stati valicati e che il nuovo traguardo sia quello di non dover specificare ogni volta il genere di un individuo perché vengano rispettati i suoi diritti, ma ci si occupi in modo universale di persone. La politica, se intesa nel senso alto del termine, come servizio alla collettività, non è soltanto una forma di emancipazione per chi vi prende parte in modo attivo, ma è lo strumento attraverso il quale si può realizzare la reale parità degli individui, perché la politica, con le sue leggi, asseconda i cambiamenti culturali e di mentalità. I confini che ostacolano questi cambiamenti sono soprattutto interni a ogni persona, ed è lì che agiscono la cultura e l’istruzione, per aprire menti e cuori. Anche il mio romanzo, in questo senso, dà un piccolissimo contributo, e ancor di più può fare il tuo prezioso lavoro in questa Community.

Sul mio comodino c’è sempre un libro di poesia. È un’abitudine che ho instaurato qualche tempo fa, alla soglia dei 30 anni, e che mi rassicura. Spesso, prima di addormentarmi o poco dopo la sveglia, sfoglio randomicamente le pagine che mi attendono e leggo una, due, tre poesie, per farmi cullare dalle parole in rima e farmi accarezzare dalle loro metafore.
Avevo intenzione di procedere in questo modo anche con Cosa ne sanno i poeti, il nuovo lavoro di Enrica Tesio edito da Bompiani, ma non ce l’ho fatta. Le poesie, radunate insieme in un fronte comune, mi hanno catturato e mi hanno detto: resta.
Sebbene nati in tempi e momenti diversi della vita di Tesio – alcuni, infatti, sono stati elaborati nel corso degli anni e sono apparsi in Filastorta d’amore, mentre altri sono meravigliosamente inediti -, gli scritti ivi raccolti dialogano tra di loro, in un andamento musicale variegato che si fa talvolta largo, altre moderato, altre ancora vivace e sovente adagio.
Tra le istantanee poetiche, slegate ma intrecciate, c’è un filo rosso: la vita, disordinata, bella nella sua imperfezione, senza argini, tra figli che crescono, amori che iniziano, continuano e finiscono, tristezze da portare «a passeggio», sentimenti viscerali, amiche, corpi che cambiano, nonni e genitori che non ci sono più. E, soprattutto, il rapporto con la persona più importante di tutte: noi stessi.
Le rime divengono, così, una forma di emancipazione dal reale e dalle sue fonti di sconforto: non un modo per affrancarsi dalla quotidianità, ma una lente nuova, per assaporarla con più (in)consapevolezza, più verità, più audacia, senza «macigni sul cuore», come direbbe Calvino.
Con le sue rime e i suoi versi, densi ma leggeri, Tesio si diverte e si emoziona e, con lei, fa divertire, emozionare, immalinconire, ridere, riflettere e commuovere anche noi, che ci facciamo trasportare dalla musicalità rotonda e perfetta delle sue parole e ci facciamo prendere per mano, camminando con curiosità tra i meandri di un’esperienza interiore che, in qualche modo, ci accomuna tutte e tutti.
Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

Cosa ne sanno i poeti è un manifesto di quello che definisci romancinismo, ossia un movimento culturale, una poetica, che coltiva il romanticismo nonostante le numerose testimonianze di cinismo che il mondo ci offre. Un modo per “uscire dai binari”, ma con sentimento e leggerezza, senza avere paura del tempo che passa. A tal proposito, in Impreparata scrivi: «È che la vita non ha una grammatica, è materia fuggevole. Oppure l’allieva in questione è solo disgrafica. L’alunna, cioè io, nonostante l’impegno merita ancora qualche sostegno, perché per quanto vi giuro io l’abbia studiata, in questa vita all’appello sono l’impreparata».
Ne parlo di frequente con amici, coetanei e persone di generazioni dissimili, e questa sensazione sembra coinvolgere tutti: essere impreparati alla vita è un sentire trasversale. Quali strategie hai adottato per farne fronte? Il romancinismo rientra in una di esse?
Vonnegut, ultranovantenne, quando qualcuno gli chiedeva ragione della vita rispondeva: «Ma che ne so io, sono arrivato adesso». Mi piace moltissimo perché forse la parola giusta non è impreparati, ma principianti, dal primo all’ultimo giorno siamo principianti. Solo che essere principianti non ci assolve: non significa essere irresponsabili o poter dire “non sono capace” e tirarsi fuori, significa piuttosto scoprire che non si diventa mai esperti della propria esistenza. Trovo questa condizione contemporaneamente vulnerabile, comica e poetica. E credo che il romancinismo sia proprio questo, un realismo che non diventa disincanto. Guardare bene le cose, compresi gli errori, le perdite, il tempo che passa, senza per questo concludere che niente valga la pena. Continuare a essere “incantabili” pur sapendo come va il mondo.
In Corpo mio rifletti sul rapporto con il tuo corpo, e gli chiedi scusa per averlo bistrattato, tradito, fatto vergognare, lasciato «in balia della mente» e averlo «guardato allo specchio come si guarda a un errore», senza dargli il «giusto valore». Sappiamo bene, purtroppo, che culturalmente il corpo, soprattutto quello delle donne, è stato ed è tuttora oggetto di analisi, sguardi e commenti inopportuni, che spesso introiettiamo inconsapevolmente. Tu sei riuscita a eradicare, in qualche modo, questo istinto patriarcale al giudizio che ancora soggioga il nostro tempo?
Ho 48 anni e la cosa assurda di invecchiare è che perdi cose che non sapevi nemmeno di avere. La tonicità, per esempio. La bellezza. È una specie di inventario retroattivo, guardi le foto di quando avevi vent’anni, quando eri convinta di avere mille difetti, e improvvisamente vorresti prendere quella ragazza e dirle: ma sei scema? Il problema è che il tempo non ti rende automaticamente immune dal giudizio. Invecchi, ma la vocina che ti dice cosa non va nel tuo corpo invecchia benissimo con te. E quella voce non è neanche tutta tua, dentro ci sono gli sguardi, i commenti, i modelli con cui siamo cresciute. Non so quindi se me ne sono liberata. Credo piuttosto di avere imparato a smascherarla. E oggi provo a guardare il mio corpo per quello che fa, prima che per come appare.
Uno dei versi che più mi ha commosso è contenuto in Tra poco saprò tutto?, ed è il seguente: «Saprai la dialettica hegeliana dell’amore, quella che regola i rapporti tra figlia e genitore: prima tesi, quando ci si conosce, poi antitesi da adolescenti e sintesi in età matura». Il tema della genitorialità ricorre moltissimo, nella raccolta, e, con esso, anche l’esigenza di lasciare liberi e autodeterminati i propri figli – come in Filastrocca della mamma imperfetta, quando scrivi «Tu lo volevi un po’ simile a te [il figlio, N.d.R.] e invece, sorpresa!, decide da sé», o ancora in Ninna nanna dell’adolescente, dove definisci i figli delle «ali alle nostre radici per andare nel mondo, non per farci felici».
Il rapporto tra genitori e figli è spesso tempestoso, imperfetto, frastagliato, fallibile: come si maneggiano le aspettative, molte volte inconsce, che proiettiamo sui figli o vengono proiettate su di noi? In qualità di madre e figlia, come hai fatto “pace” con questo nodo?
I genitori sono persone. Non sono preparatori esistenziali, non possiedono necessariamente un sapere che decidono di trasmetterci oppure di negarci. Molte cose che mia madre non mi ha insegnato, semplicemente non le sapeva, capirlo ha ridimensionato parecchi rancori. Non tutto ciò che ci è mancato ci è stato tolto. Da madre provo a ricordarmi la stessa cosa al contrario. Naturalmente vorrei proteggerli dagli errori che conosco, ma anche questo può diventare una forma di controllo: vorremmo risparmiare loro le nostre ferite e rischiamo di impedirgli di procurarsene di proprie.
Come madre punto all’inutilità, non voglio diventare superflua o dimenticabile, ma inutile nel senso che i miei figli non hanno più bisogno della mia funzione originaria. Trovo sia un pensiero liberatorio, alla fine le radici sono nostre, ma le ali, per fortuna, no.
Molto emozionante è anche un’altra immagine, quella della «tristezza a passeggio» in Oggi mi sono svegliata con una tristezza, la quale sottolinea la grande differenza che sussiste tra l’essere tristi e l’avere una tristezza – discorso che vale per tutto lo spettro emotivo. La poesia e, in generale, la scrittura riescono a esorcizzare le emozioni più intense e a porre in atto la pratica che, in psicologia, è definita “disidentificazione”? Per te, che cosa rappresenta la scrittura?
La scrittura dà forma a quello che nella vita una forma non ha. La vita, mentre accade, è confusa, non è tragica e non è comica, siamo noi che raccontandola costruiamo connessioni, troviamo un’immagine, qualche volta persino un senso. Non vuol dire falsificarla, vuol dire renderla guardabile. Riscriviamo continuamente la nostra storia, anche senza mettere nulla sulla pagina, la memoria alla fine se ci pensi è questo.
A proposito di poesia, quest’ultima sembra stia vivendo un momento di grazia: lo dimostrano non solo i social, ma anche, e soprattutto, il Premio Nobel per la Letteratura 2026 appena assegnato alla poetessa Anne Carson: in una società sempre più frenetica, dominata dal capitalismo dell’attenzione, la poesia riuscirà a ritagliarsi ancora un ruolo di primo piano, secondo te?
Secondo me la poesia non è in contraddizione con la frenesia del nostro tempo, anzi forse è una delle forme letterarie più adatte a sopravviverle. È piccola ma non è breve, nel senso che occupa poco spazio ma può chiederti moltissimo tempo. Una poesia può essere letta in trenta secondi e restare in testa trent’anni. In questo assomiglia stranamente ai contenuti che consumiamo continuamente: è concentrata, portatile, può stare in una schermata, può essere condivisa. Solo che spesso fa il movimento contrario: il contenuto veloce vuole essere capito subito e dimenticato subito, la poesia può essere letta subito e capita molto dopo.
E poi c’è la poesia performativa, che trovo interessante proprio perché fa un altro movimento ancora, toglie la poesia dalla pagina e la restituisce alla voce, al corpo, all’ascolto. In un momento in cui siamo continuamente soli davanti a uno schermo, la poesia detta ad alta voce torna a essere un’esperienza condivisa.

Tutti abbiamo una voce interiore cui ci rivolgiamo nei momenti bui, nelle indecisioni, nei picchi di gioia o nelle flessioni emotive. È una voce dialogante che ci guida, soppesa le situazioni, riflette con noi e, spesso, ci bistratta, ci giudica o ci incupisce con le sue parole. Ma, in ogni caso, ci sostiene. C’è chi la chiama “coscienza”, chi “spirito guida”, chi “luce”. E chi, invece, “Santa di casa”.
O, perlomeno, è così che la definisce Alena, protagonista del nuovo romanzo di Patrizia Rinaldi, intitolato, appunto, La Santa di casa ed edito da Piemme. Conosciamo Alena – che si sarebbe «dovuta chiamare Elena, ma hanno sbagliato o a dire o a scrivere, non so» -, nel 1956, a Napoli, quando, appena ventenne, diviene la madre di uno dei rari parti quadrigemellari del decennio, in una nevosa giornata di febbraio.
Roberto, Carlo e Biancamaria torneranno a casa con lei, mentre Mariastella, che da subito cattura le sue attenzioni per «un sorriso fisso e prematuro» su un viso che «rasentava la perfezione», muore poco dopo la nascita. E prende, così, l’appellativo di “Santa”.
Da quel momento Mariastella non se ne andò più. Si incarnò nella madre in una gravidanza eterna. La bimba diventò per lei la Santa, la religione privata, la confidente.
Alena si rivolge a lei nei suoi innumerevoli momenti di solitudine – causati da un marito, Sergio, assente ed emotivamente desertico, impegnato con il lavoro di contrabbando e i «femminielli» -, le parla, le chiede consiglio, si dispera per la penuria economica, si confessa, condivide gli sporadici attimi di felicità. E Mariastella risponde. (Quasi) sempre.
Mariastella è presente anche nella vecchiaia di Alena, quando quest’ultima, ormai 80enne, è finalmente padrona di se stessa e della sua autodeterminazione e vive da sola a Eremo a mare, in un «rudere ormai reggia», circondata da circa ottomila libri.
La narrazione segue, infatti, un arco temporale di ampio respiro, dalla fine degli anni Cinquanta al 2016, e ci immerge tra le strade di una Napoli caotica, in cui si susseguono manifestazioni in piazza, lotte proletarie, brigatisti, fascismo, eroina, aziende clandestine, prostituzione, primi vagiti di aborti e divorzi e «morti politiche e morti sul lavoro», ma anche tradimenti, abbandoni e pazzie, di diversa natura.
In questo turbinio di fermenti politici, privati e sociali, vi è Alena, che resiste alle intemperie della vita come una canna al vento, coniugando vulnerabilità e resiliente pragmatismo. Alena è una donna intrisa di contrasti che anela alla libertà (mi si perdoni sia l’anagramma, sia il palindromo), ma non è in possesso di un “libretto d’istruzioni”: procede a istinto, tra piccoli passi incerti, tentativi e inciampi.
Alena vuole affrancarsi dal ruolo imposto di madre, moglie e suddita del matrimonio, ma ne è anche affascinata, e, pur non sapendo come liberarsene, cammina lungo il suo sentiero, reagisce, trova soluzioni, va avanti strenuamente anche quando dovrebbe cedere, seguendo la sua voce interiore. O, meglio, la sua “Santa”.
Rinaldi ce la restituisce così, pura nelle sue contraddizioni e nei suoi dissidi interiori, con una lingua schietta, arguta e onnisciente, che gioca con la linea del tempo e corre avanti e indietro, amalgamando passato, presente e futuro. Senza rinunciare, nella parte finale, ad alcune sfumature giallistiche (Rinaldi, lo ricordiamo, è la penna di Blanca, serie romanzesca e televisiva di successo).
E, mediante le vicende che costellano la vita di Alena, ci insegna che una via per la propria emancipazione la si trova sempre. Anche nella selva più oscura.
Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

Nelle note e ringraziamenti conclusivi, definisci Alena una donna «che si sente quasi sempre straniera negli anni che le sono toccati in sorte», e affermi che si tratti dell’unico dato autobiografico all’interno del lavoro. Dove affonda le radici questo romanzo, e com’è nato? Ti senti ancora una «straniera» nei tuoi anni?
Ho sentito l’esigenza di raccontare anni anche assai impegnativi (fine anni Cinquanta – anni Ottanta), ma non privi di una certa speranza che al momento latita.
E poi i personaggi. Mi capita di innamorarmi di personaggi difettosi, scombinati, che però hanno qualcosa da dire, che sanno giocare con le carte che la sorte ha distribuito.
Ogni tanto mi sento ancora straniera nello spazio e nel tempo in cui vivo, proprio come capita ad Alena. Mi capita quando non mi riconosco nei valori imperanti o nelle mode, quando mi sento più giovane o più vecchia dell’età che ho, quando fragilità anziane o nuovi inciampi rompono la bussola dell’esistenza. Oppure, al contrario, quando mi manca l’aria e non posso fare a meno della libertà: allora giro i tacchi e me ne vado dal presente.
Alena, cresciuta in una famiglia matriarcale, esula dai canoni del «modello femminile», sia dal punto di vista estetico, sia da quello comportamentale, «si identifica con chi non si dovrebbe» e si abitua fin da subito a cavarsela «in assenza di braccia che non fossero le sue» e a coltivare la propria autonomia (come scrivi: «Nell’accettare il condizionamento, lo rivoluziona»). Al contempo, però, sente di dover rispettare una «specie di disegno che aveva in testa: matrimonio, madre felice, armonia, casa bella». Un dettame espresso molto bene anche dagli insegnamenti della nonna, Donna Sisì, che «aveva preparato la nipote a due compiti, che i più avrebbero giudicato contrastanti: la bellezza di essere madre e la bellezza di essere come voleva essere», dove, però, il desiderio di maternità risulta “incorporato” nell’essere donna. Se Alena fosse nata nel periodo storico attuale, quali condizionamenti pensi che subirebbe?
In misura assai minore rispetto agli anni Cinquanta, ma la maternità resta una patente per raggiungere la pienezza sociale e privata. Quindi sopravvive un desiderio indotto, a volte bugiardo, perché richiesto dal gruppo di appartenenza. Donna Sisì e Alena si vogliono bene, condividono i piccoli piaceri dei giorni comuni, ma questo non ha evitato il condizionamento.
Una Alena contemporanea continuerebbe a essere quella che lascia il lavoro per prendersi cura della famiglia, continuerebbe a nascondere segreti sconvenienti, continuerebbe a faticare più del lecito.
A proposito di ingerenze familiari e sociali, Alena dimostra un vero e proprio «talento della colpa». Lei, infatti, «con le colpe ci sapeva fare: non aveva amiche per colpa sua, i bambini si ammalavano per colpa sua, il pane glielo davano bruciato per colpa sua. Secondo le regole non era giusto non essere vivi a vent’anni, perciò l’infelicità e la vergogna dell’infelicità erano colpa sua». La questione della colpa, purtroppo, culturalmente ricade perlopiù sulle donne: possiamo dire che tutte, prima o dopo, abbiamo catalizzato su noi stesse la colpa di qualsiasi azione o conseguenza. Dal tuo punto di vista, come ci si svincola da questo vischioso «talento»?
Possiamo dirlo e ripeterlo: la colpa è roba nostra. Ne abbiamo alta competenza. Siamo maestre a rintracciarla anche nelle circostanze che capitano, che non si sono servite del nostro intervento.
Nel romanzo Alena addirittura percepisce la depressione post partum come una responsabilità tutta sua.
Che poi a me non piacciono nemmeno le assoluzioni continue e menzognere: “È colpa sua, è colpa tua, è sempre colpa degli altri”. La responsabilità individuale, quando lavora bene, è una gran bella cosa.
Come ci si svincola dagli eccessi di senso di colpa? Non lo so. Nel mio caso mi hanno aiutato gli studi fatti, la ricerca in pagine e pagine di letteratura, le parole delle persone care o più competenti di me. Eppure ho risolto solo in parte.
Forse la colpa si leva dai piedi quando ci stanchiamo pure di lei.
«Col tempo la solitudine si aggravò e l’infelicità pure. Non riuscì più a fare tacere le voci interiori che la chiamavano inutile, guaio, donna fatta male. Cominciò a preoccuparsi. Chi mi può aiutare? Chi? Nessuno: doveva mantenere il segreto della sua inadeguatezza». La solitudine ricopre un ruolo centrale all’interno del romanzo: Alena è una donna sola, non ha amiche (nonostante alcuni tentativi con Zenzette), il rapporto con la madre è compromesso e il marito Sergio è sempre fuori casa, e questa situazione la rende infelice. Al contrario, la figlia Biancamaria difende strenuamente la sua solitudine, «pericolosa» perché «una poi non riesce più a farne a meno». Temere la solitudine delle donne è uno dei tanti retaggi del patriarcato? Qual è, secondo te, il confine tra solitudine “sana” e “nociva”, se sussiste?
La solitudine ha un fascino esagerato e, quando funziona davvero, incanta. Amo la solitudine e senza di lei vivo male.
In fondo scrivere è rintracciare paesaggi nella solitudine, addobbare presepi parlanti nel silenzio, lasciarsi andare alle epifanie delle parole.
E, sì, può fare paura.
Purtroppo la solitudine può essere anche drammatica. Penso a chi non riesce o non può denunciare violenze familiari, ai e alle minori che credono che la solitudine sia l’unica certezza, alle persone affette da patologie gravi. Penso alle malattie psichiatriche, che spesso gettano in un baratro solitario intere famiglie.
Un altro tema cardine della narrazione è, infine, la libertà, personale ed economica. A un certo punto, parlando con la Santa, Alena afferma: «Prima o poi anch’io conoscerò la libertà e allora si dovranno mettere paura tutti quanti». Qualche pagina e vicissitudine dopo, per una serie di ragioni che non andremo a svelare, Alena si ritrova di fronte alla concreta possibilità di risolvere le sue difficoltà economiche (causate dal marito e dal suo lavoro di contrabbando), e, tra i vari scenari futuri che dipinge nella sua testa, riflette: «Potrei smetterla, finalmente, di avere paura». I soldi ci fanno smettere di avere paura? E quale ruolo ricoprono nell’autodeterminazione femminile?
Sono contenta che ti sia soffermata su questo punto del romanzo: parlare di soldi, dell’importanza di riuscire a risolvere almeno i bisogni economici, non risolve tutte le paure, ma risolve. Alla libertà femminile serve come il pane l’autonomia.
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Un’ultima curiosità: con la serie Blanca hai visto prendere “vita” a una delle tue protagoniste letterarie. Se dovessimo ipotizzare un adattamento televisivo anche de La Santa di casa, quale potrebbe essere il volto di Alena, per te?
Nessuno e tutti: basta che l’attrice abbia capacità professionali notevoli. La mia Alena, come la mia Blanca, ce le ho avute in testa da subito in un disegno già tracciato.
Nell’immaginario hanno già un volto, so come si muovono e come parlano. Conosco i loro pensieri e il loro corpo.
Con Blanca sono stata fortunata, Maria Chiara Giannetta è una grande attrice.
Speriamo che…

Furono diverse migliaia le vittime della persecuzione alle streghe che sconvolse l’Italia tra il Trecento e il Settecento. I loro nomi sono perlopiù cancellati dalle memorie storiche, dai documenti ufficiali e dai libri di ricerca, e si sono persi nell’oblio ricoperto dalla polvere dei secoli e della damnatio memoriae decretata dalla Chiesa.
Fino a oggi. Le loro voci, infatti, continuano a riecheggiare negli archivi e nelle biblioteche che ancora le conservano – se pur in forma frammentaria, parziale e imperfetta -, e meritano di essere ascoltate. Perché le voci delle «streghe» ci parlano ancora: sono le voci delle donne che esulavano dai ruoli imposti di moglie e madre, custodi di saperi antichi, tramandati di generazione in generazione, recalcitranti nei confronti dei modelli femminili prescritti e della dipendenza patriarcale che le voleva suddite.
E Giovanna Potenza, nel saggio Malefiche. Storia della caccia alle streghe edito da Ponte alle Grazie, le ricorda tutte. Una per una.
Negli apparati conclusivi, oltre a un Glossario e a una serie di grafici esaustivi, vi sono ben 55 pagine di tabelle fitte di dati, le quali hanno il pregio di riportare, in ordine cronologico e minuzioso, i nomi, la fonte archivistica, il tipo di accusa e la condanna – comprensiva di data e luogo – delle donne (e di molteplici uomini, animali e bambini: sì, avete capito bene) vittime dei processi per superstizione e stregoneria nel nostro Paese. Dal 1365 al 1699. Nessun nome escluso.
La sequela di «voci spezzate» diviene, così, un modo concreto per opporsi alla «violenza della cancellazione» causata dal dissolversi dell’Inquisizione e operata da parte della Chiesa, che ha scelto, in maniera cosciente e strutturata, di «non ricordare», elidendo tutte le impronte delle violenze compiute.
Violenze perpetrate ai danni di donne – definite in molteplici declinazioni: «streghe», «malefiche», «donne di fuoco», «zàgare», «masche», «masciare», «janare», «strie», «fattucchiere» – incriminate di stringere patti con Satana, volare di notte, unirsi ai sabba, uccidere neonati, preparare pozioni e unguenti mortali, sedurre e invocare gli spiriti maligni.
Donne condannate al rogo, alla tortura e all’abiura perché soggiogate dalla misoginia e dal sessismo che imponevano donne passive, pie, cristiane e obbedienti, e che facevano paura «per la loro autonomia e per il sapere non canonico di cui erano depositarie». Non a caso, a destare sospetti e denunce erano soprattutto le donne «ai margini delle comunità»: vedove, nubili, prive di una famiglia che potesse proteggerle, povere e, spesso, «non più giovani».
Le streghe, perseguitate dall’Inquisizione e dai tribunali civili perché «eretiche», non erano, però, solo questo. Le donne accusate di stregoneria erano soprattutto «capri espiatori», figure su cui far convogliare i timori del proprio tempo e le cause di carestie, guerre ed epidemie.
Esse costituivano, infatti, veri e propri catalizzatori delle tensioni politiche, religiose e personali, che sconquassavano una quotidianità incerta fatta di ombre e inquietudini. E alle quali non si riusciva ancora a dare una spiegazione, se non quella di “forze maligne” incarnate in «streghe» dai contorni sfocati e ambigui, soggiogate da una definizione identitaria che le dipingeva alla stregua di donne potenti e ree di sfidare «l’ordine naturale e patriarcale delle cose».
Potenza ripercorre, dunque, tutte le tappe che hanno caratterizzato la storia della caccia alle streghe in Italia, ricordando i nomi, i luoghi, le brutalità del «braccio secolare», la collusione della Chiesa, le sofferenze delle pene inflitte, le parole delle condannate e le basi giuridiche e teologiche utili ai fini delle accuse.
E poi, ancora, il processo che ha condotto all’attenuarsi lento e progressivo dei roghi – ma non della discriminazione -, la neutralizzazione del potere femminile e le interpretazioni dissimili che, delle streghe, hanno fornito testimonianza l’arte, la letteratura e il cinema nazionali.
Un lavoro egregio il cui risultato è un saggio godibile, dettagliato e innervato della precisione e del rigore propri della ricerca e, al contempo, della passione che deriva da quest’ultima. Perché le «streghe» non sono soltanto un elenco di nomi, ma persone, storie e tasselli di umanità che devono essere salvate dall’amnesia collettiva.
Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

Nella premessa affermi che questo lavoro di ricerca «nasce da un’urgenza personale, prima ancora che storiografica», volta ad «ascoltare voci spezzate, costrette a parlare un linguaggio imposto» e a «restituire loro una dignità che la storia ufficiale ha a lungo negato». In questo senso, mi ha colpito profondamente la decisione di elencare, uno per uno, i nomi delle donne (ma anche degli uomini, degli animali e dei bambini) che hanno subito una condanna per stregoneria. Ne emerge un lavoro encomiabile, che restituisce davvero dignità e valore alle «voci spezzate». Quando e come è nata questa esigenza? E come hai strutturato il lavoro di ricerca?
L’esigenza di questo lavoro è nata dalla consapevolezza di due limiti della narrazione tradizionale: la tendenza a considerare la caccia alle streghe un fenomeno prevalentemente nordico o protestante, sottovalutandone la diffusione in Italia, e la progressiva perdita dell’identità delle vittime, spesso ridotte a stereotipi folkloristici.
Ho sentito soprattutto l’urgenza etica di restituire dignità a chi era stato spogliato persino della propria voce, in stanze di tortura e tribunali che parlavano un linguaggio giuridico e demonologico imposto dal potere. Elencare i loro nomi significa dire: «Voi siete esistite e la vostra storia, nonostante tutto, conta».
La ricerca si è fondata sia sull’analisi degli atti processuali, delle fonti inquisitoriali e dei trattati demonologici, che sullo studio dei meccanismi di controllo sociale e patriarcale che alimentarono le accuse. Ho voluto così coniugare il rigore della ricostruzione storica con un intento memoriale: restituire la parola a quante furono condannate non soltanto dai tribunali, ma anche dal silenzio della storia.
Vi è un fil rouge che corre lungo tutto il saggio: sia durante i primi vagiti della caccia alle streghe, sia quando la razionalità domina il Settecento, permane «la paura di chi è fuori norma, fuori tempo, fuori luogo». Le donne, soprattutto quelle ai margini e vulnerabili, non sono solo «streghe», ma un vero e proprio «nemico interno», combattuto per ripristinare l’ordine, sia esso sociale, religioso o comunitario. Perché, secondo te, una donna «fuori norma» faceva (e fa) tanta paura? Chi sono le «streghe» del mondo contemporaneo?
Una donna «fuori norma» faceva e fa paura perché mette in discussione le fondamenta dell’ordine costituito e i ruoli tradizionali imposti dalla società. In passato, ogni deviazione dai canoni patriarcali o religiosi – come l’indipendenza economica, le conoscenze terapeutiche o il rifiuto del matrimonio – poteva essere percepita come una minaccia. Il potere temeva soprattutto un’autonomia femminile che sfuggiva al suo controllo. Oggi le nuove «streghe» sono le donne che continuano a sfidare le aspettative sociali: quelle che rivendicano la libertà di decidere del proprio corpo, dei propri affetti e della propria vita, che occupano spazi tradizionalmente maschili o che semplicemente rifiutano di conformarsi ai modelli dominanti. A queste forme di discriminazione se ne aggiunge una particolarmente insidiosa, legata all’aspetto fisico: il body shaming. La derisione della bellezza non convenzionale, dell’età, del peso o di un corpo che non corrisponde ai canoni estetici imposti, rappresenta una moderna forma di delegittimazione femminile, amplificata dai social network.
Ieri come oggi, il bersaglio è spesso la donna che non si conforma alle aspettative altrui. Sono cambiati gli strumenti, ma sopravvive il tentativo di colpire, umiliare e ridurre al silenzio chi rivendica il diritto di essere se stessa. Al tribunale dell’Inquisizione si è sostituito ormai il tribunale della rete.
Le donne, però, non erano tutte uguali, agli occhi dell’Inquisizione e dei tribunali civili. Come spieghi molto bene: «Le donne aristocratiche e nobili, pur sospettate di pratiche magiche o di comportamenti moralmente sospetti, furono raramente sottoposte a roghi o condanne capitali. Al contrario, le donne di ceto basso, più indifese, divennero le principali vittime della repressione, una dinamica discriminatoria che gli studiosi contemporanei definiscono “giustizia differenziale”».
E che noi potremmo interpretare come un connubio tra sessismo e classismo, non molto dissimile da quello che viviamo tuttora. Da un lato, infatti, abbiamo il discredito del potere femminile, che intende «indebolire l’autorità femminile e ricondurla all’interno di un ordine patriarcale e confessionale precostituito» (ne sono emblema Caterina de’ Medici, Bianca Cappello, Caterina Sforza e Lucrezia Borgia). Dall’altro, invece, abbiamo il rogo, la prigione, la tortura. Dal tuo punto di vista, qual è la motivazione alla base di questa differenza di trattamento?
La differenza di trattamento tra donne aristocratiche e popolane riflette una caratteristica fondamentale della società d’Antico Regime: la giustizia non era uguale per tutti, ma risentiva profondamente delle gerarchie sociali e dei rapporti di potere.
Per le donne appartenenti ai ceti privilegiati, l’accusa di pratiche magiche poteva diventare uno strumento di delegittimazione politica e morale. Figure come Caterina de’ Medici, Bianca Cappello o Lucrezia Borgia furono oggetto di sospetti e narrazioni ostili, spesso alimentati dalle rivalità dinastiche e dalla diffidenza verso un potere esercitato da donne. L’obiettivo era soprattutto incrinarne l’autorevolezza e ricondurle entro i confini di un ordine patriarcale e confessionale. Ben diversa era la condizione delle donne di estrazione popolare, prive di quelle reti familiari, economiche e politiche che potevano garantire protezione. La loro vulnerabilità le esponeva maggiormente alla denuncia, all’arbitrio giudiziario e a pene che variavano sensibilmente secondo i luoghi, le epoche e le autorità competenti. Non si trattava, dunque, di due giustizie formalmente distinte, ma di una medesima cultura del controllo, che produceva conseguenze differenti a seconda della posizione sociale.
Sessismo e classismo finivano così per intrecciarsi: l’appartenenza di genere rendeva le donne sospettabili, mentre quella di classe ne condizionava concretamente le possibilità di difesa. La caccia alle streghe rivela anche questa profonda asimmetria: il potere poteva tollerare o contenere la trasgressione delle privilegiate, mentre trasformava la marginalità delle altre in colpa.
«Il potere, se esercitato da una donna, doveva per forza apparire come innaturale, artificiale, effetto di un patto oscuro o di una deviazione essenziale», scrivi a proposito della «demonizzazione del potere femminile» in grado di tramutare intelligenza e competenze in «maleficium». Qual è il rapporto che sussiste tra donne e potere, oggi? Il «potere femminile» desta ancora timori e sospetti?
La demonizzazione del potere femminile affonda le proprie radici in una concezione dell’autorità storicamente declinata al maschile. Per secoli, l’intelligenza, l’autonomia e la capacità decisionale delle donne, quando sfuggivano ai ruoli loro assegnati, potevano apparire come una pericolosa sovversione dell’ordine naturale delle cose. Il ricorso al maleficium consentiva allora di attribuire a un intervento diabolico ciò che non si voleva riconoscere come espressione di talento e competenza.
Oggi, naturalmente, il contesto è profondamente mutato, ma alcuni meccanismi di delegittimazione sopravvivono sotto forme più sottili. Penso al cosiddetto glass ceiling, al «soffitto di cristallo», quell’insieme di ostacoli invisibili che ancora limita l’accesso delle donne alle posizioni di vertice. Persiste inoltre un doppio criterio di giudizio: la determinazione, apprezzata come autorevolezza nell’uomo, può essere interpretata invece come aggressività o mascolinità nella donna.
Non meno significativo è il ricorso alla svalutazione personale: anziché discuterne le capacità, si giudicano l’aspetto fisico, l’età, le scelte affettive o la vita privata.
Non parlerei, evidentemente, di una continuità storica diretta con la caccia alle streghe, quanto della persistenza di un antico pregiudizio: la difficoltà di riconoscere piena legittimità a un’autorità femminile che non chieda il permesso di esistere.
Nelle pagine finali del saggio, lamenti giustamente il fatto che «in confronto ad altri paesi europei come la Germania, la Svizzera o la Scozia, dove esistono memoriali, musei tematici e cerimonie di riabilitazione simbolica, l’Italia appare in grave ritardo. Non esistono percorsi museali nazionali dedicati alla caccia alle streghe e i pochi monumenti eretti a ricordo delle vittime sono frutto di iniziative locali». Secondo te, quale potrebbe essere la prima azione – a livello sociale, culturale, politico – per restituire voce alle “nostre streghe” e costruire quello che definisci un «archivio etico»?
Credo che il primo passo debba essere di natura culturale: sottrarre la figura della strega alla sola rappresentazione folkloristica e restituirle la sua autentica dimensione storica.
Un ruolo fondamentale dovrebbe essere affidato alla scuola, attraverso percorsi educativi capaci di collegare la conoscenza storica del fenomeno alla riflessione critica sui pregiudizi e sulle discriminazioni contemporanee. La memoria, infatti, acquista significato quando diventa uno strumento per comprendere il presente.
Sul piano istituzionale, auspicherei una mappatura nazionale dei processi, accompagnata dalla valorizzazione delle fonti conservate negli archivi e dalla creazione di percorsi museali e luoghi della memoria.
È questo il senso dell’«archivio etico» che propongo: non soltanto raccogliere documenti, ma restituire identità a chi ne è stato privato, perché una società che non dimentica le ingiustizie commesse possiede anche gli strumenti per riconoscerne il possibile ripetersi.
(Grazie per le domande: tra le più interessanti che ho ricevuto.)