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Sibilla Aleramo, la violenza a 15 anni e quell'amore furibondo che portò lui alla pazzia

La violenza subita a 15 anni, il matrimonio infelice, gli amanti e infine l'amore travolgente per il poeta portato alla pazzia. Sibilla Aleramo è stata tutto questo e anche di più, in una vita spesa nella lotta femminista, nella cultura, ma sopratutto per l'amore bruciante e malato.
Fonte: web

L’amore, la pazzia, la passione furiosa, malata.

La vita di Sibilla Aleramo potrebbe essere nata dalla sua penna, somigliare a uno dei suoi romanzi, tanto fu densa di sentimenti, di emozioni anche violente, di episodi dolorosi e di separazioni ancor più tormentate.

Perché  Marta Felicina Faccio detta “Rina”, questo il vero nome della poetessa e scrittrice alessandrina, visse i suoi ottantatré anni a pieni polmoni, nutrendosi dell’essenza stessa della vita, studiando, viaggiando, amando, soprattutto: tanto, in maniera a volte brutale, sadica, malata, appunto.

La vita di Rina- Sibilla si incrocia e scontra spesso con la follia o qualunque cosa si avvicini ad essa; già a partire dal 1889, quando, appena ventiduenne, assiste al tentativo di suicidio della madre, che si getta dal balcone di casa perché malata di depressione. Non poteva saperlo, naturalmente, ma probabilmente è da lì che la sua esistenza si lega in maniera indissolubile a quel sottile filo che separa l’equilibrio dalla pazzia, rasentando spesso il limite  e talvolta inabissandovisi addirittura, fino a esplorare confini della mente umana spaventosi, terribili.

Dopo aver visto il suicidio solo da lontano, Sibilla lo toccherà invece molto da vicino, costretta in una vita che non desidera, avviluppata dalle spire di un’esistenza infelice, che la soffocano, la opprimono. Perché, oltre alla pazzia e prima dell’amore, nella vita dell’allora Rina Faccio c’è la violenza, quella che subisce appena quindicenne.

Costretta a un matrimonio infelice

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Era il l 1891 quando Rina fu violentata da un impiegato della fabbrica di Civitanova Marche presso cui -su suggerimento del padre Ambrogio, che la dirigeva- lavorava come contabile. Lui si chiamava Ulderico Pierangeli: la quindicenne Rina rimase incinta ma perse il bambino, tuttavia nel 1893 fu costretta dalla famiglia a un matrimonio riparatore.

Intrappolata in un’esistenza squallida, con un marito non stimato, condotta in una cittadina della quale non sopportava il gretto provincialismo, Rina credette di trovare una fuga dall’oppressione della propria vita nella nascita del primogenito Walter, avvenuta nel 1895. Quando però si rese conto che anche questa si era rivelata solo un’illusione, tentò come la madre di togliersi la vita. Riuscì a risollevarsi con l’impegno a realizzare aspirazioni umanitarie attraverso le letture e gli scritti, dopo la pubblicazione dei suoi primi articoli, a partire dal 1897, nella Gazzetta letteraria, ne L’Indipendente, nella rivista femminista Vita moderna, e nel periodico, di ispirazione socialista, Vita internazionale.

La lotta femminista

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Rina, a questo punto, forse ha trovato la propria strada: si impegna nella lotta femminista, non soltanto con la scrittura ma anche con i tentativi di costruire sezioni del movimento delle donne, e con la partecipazione a manifestazioni per il diritto di voto e per la lotta contro la prostituzione. Inizia in questo periodo anche la sua corrispondenza con Giorgina Saffi, anche lei estremamente coinvolta nelle battaglie per l’emancipazione femminile, e con il marito di quest’ultima, Aurelio Saffi.
Nel 1899 le fu affidata, dopo il trasferimento a Milano per via del nuovo lavoro del marito, la direzione del settimanale socialista L’Italia femminile, fondato da Emilia Mariani, nel quale tenne una rubrica di discussione con le lettrici, ricercando anche la collaborazione di alcuni fra i più noti intellettuali progressisti, da Giovanni Cena a Maria Montessori, da Ada Negri a Matilde Serao; poiché la sua vita non poteva prescindere dall’amore, iniziò anche una relazione con il poeta Guglielmo Felice Damiani.

Cercò di restare fedele ai suoi doveri di moglie anche quando dovette tornare a Porto Civitanova, dove suo padre aveva deciso di lasciare la direzione della fabbrica proprio al marito, ma la difficoltà dei rapporti familiari e l’insofferenza troppo lacerante le fecero decidere di abbandonare marito e figlio, per trasferirsi a Roma nel febbraio del 1902; lì si legò a Giovanni Cena, direttore della rivista Nuova Antologia, e fu proprio lui a suggerire sia il suo nuovo pseudonimo, Sibilla Aleramo ( Aleramo venne preso da un verso della poesia Piemonte, di Carducci) che la scrittura di Una donna, romanzo che, pubblicato nel 1906, divenne una sorta di vero e proprio manifesto femminista, ammirato dalle donne che, come lei, avrebbero voluto ribellarsi a imposizioni familiari e vincoli, per vivere la propria vita seguendo l’amore desiderato e i sogni custoditi.
Cena, però, volle rivedere tutto il manoscritto prima della pubblicazione, e, come scrisse la stessa Aleramo,

Asportò egli dal mio libro le pagine dove io diceva il mio amore per Felice [il poeta Damiani, ndr]. Ed io lasciai amputare così quello che voleva, che gridava essere opera di verità. Come un altro qualunque dei tagli operati sul manoscritto, come su un qualunque lavoro letterario. Uncinò i margini con parole sue.

Come sempre, però, la stabilità non è nelle corde di Sibilla, che dopo pochi anni fugge di nuovo, stavolta non solo da Cena, ma anche dal movimento femminista, troppo statico e immobile per una, come lei, convinta che le donne avrebbero dovuto guadagnarsi il proprio posto nel mondo con l’intuizione, “con scatti, con brividi, con pause, con trapassi, con vortici sconosciuti alla poesia maschile“. L’amore resta comunque al primo posto nei suoi pensieri: quello fugace ma vorace, quello vizioso, lussurioso, effimero ma appagante sul momento. Ha una relazione omosessuale con la giovane intellettuale ravennate Lina Poletti, e poi altre, brevi ma brucianti, con Giovanni Papini, Giovanni Boine, Clemente Rebora, Umberto Boccioni, Salvatore Quasimodo, Raffaello Franchi.
È però il 1916 quando incontrerà l’uomo di cui sconvolgerà definitivamente il già precario equilibrio mentale, e che a sua volta, diversamente, sconvolgerà lei.

Dino Campana, “el matt” che la travolge

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Sibilla ha quarant’anni quando incontra Dino Campana, che ha invece quasi dieci anni in meno. Mentre poco distante infuria la Grande Guerra, Campana non è al fronte ufficialmente a causa di una nefrite, ma in realtà è per via della malattia mentale che gli è stata diagnosticata appena quindicenne, conseguenza estrema della sifilide contratta. Tanto che a Marradi, il paesino dell’Appennino tosco emiliano in cui è nato e cresciuto, lo conoscono tutti come “el matt”, il matto.

Eppure da quel matto Sibilla è stata subito affascinata, dopo la lettura dei suoi Canti Orfici, tanto da scrivergli in una lettera:

Chiudo il tuo libro, le mie trecce sciolgo.

Ed è così che va; Sibilla arriva, con il suo grande cappello bianco da gran signora che frequenta salotti e seduce intellettuali, in quel paesino di poche anime, scendendo dalla corriera che faticosamente si arrampica su per le salite; è il 3 agosto 1916, e l’incontro si rivela uno di quelli destinati ad accendere la miccia di qualcosa di pericoloso, di violento, di talmente passionale da essere furibondo, accecante, devastante.

Lo sarà per lui, che dalle continue provocazioni di lei, dalla gelosia bruciante per i suoi numerosi uomini, sarà condotto verso un destino terribile di pazzia totale. Sarebbe stata comunque la sua fine? Forse, ma certo l’amore folle per Sibilla lo ha gettato nel baratro più velocemente, più disperatamente.

E dire che all’inizio lui cerca di “stare sulle sue”:  è un barbaro poeta, che non ha mai provato l’amore, solitario, soffre di ossessioni, di cattivi pensieri, non dorme la notte, ha la percezione del suo talento che gli consente di capire con più profondità di altri, offuscata però da quell’ombra che mina la sua salute mentale. Il problema, però, è che “lei è lei”: l’eroina romantica che vive al massimo  ogni singolo respiro della sua vita, la ribelle che però non riesce a stare senza amore, la nota fuori posto sul pentagramma.

Il tarlo di  Dino Campana all’inizio è nella gelosia; lei gli promette che esisterà solo per lui,ma in quel periodo i suoi amanti sono Cardarelli, Carrà, Prezzolini, Soffici, Papini. Ma lui la ama, non può farne a meno, e probabilmente anche lei lo ama, in un modo che neppure da sé capisce troppo bene. Lo scrive nelle lettere che gli manda, come questa, dell’8 agosto 1916.

Notte — Possa tu riposare, mentre io ardo così nel pensiero di te e non trovo più il sonno, e sono felice.

M’hai promesso di farti rivedere ancor più bello, mia bella belva bionda.

Come passerai questi giorni e queste notti? Mi senti nella mia sciarpa azzurra, speranza, grazia? Riposa, riposa.

Ci siamo meritati il miracolo. Lo vivremo tutto. E avrai tanta dolcezza anche dal dimenticarti in me, qualche momento, dall’avermi dinanzi come qualcosa a cui la tua dedizione sia sacra, fertile e sacra. Ho tanta fede, Dino. Mi sento ancora così forte, per questo scambio del nostro sangue.

La gelosia di lui diventa però ossessiva fino alla violenza fisica: accade a Marina di Pisa, dove i due amanti si incontrano. Lui le chiede degli altri uomini, lei li ammette, lui le sputa in faccia, poi la picchia, lei fugge, piena di lividi, percossa, devastata dall’amore; chiede aiuto all’amico critico Emilio Cecchi, a cui promette di non incontrare Dino mai più. Ma non riesce a mantenere il suo giuramento, torna, mentre lui vive ogni giorno sfaccettature diverse del suo essere, tormentato da quel sentimento da cui vorrebbe allontanarsi ma da cui al tempo stesso è attratto, che peggiorano la sua già labile mente.

Ho trovato una sistemazione come ganzo di una nota puttana.

Scrive agli amici, mentre da del voi a Sibilla, la tratta come una prostituta, come a volersene distaccare. In  realtà, è pazzo d’amore per lei.

Saremo un gemito solo.

Gli scrive lei quando decidono di trasferirsi a Settignano, dove l’amica svedese rimane intimorita dalle urla e dalle continue liti che sembrano sempre poter degenerare in qualcosa di peggio. Non riescono ad amarsi in maniera sana, Sibilla e Dino, non vogliono.

Un gioco di tormenti e pazzia

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Le cose peggiorano, Dino chiede aiuto a Sibilla, capisce di essere in pericolo. Lei lo porta da uno psichiatra, che le spiega come la pazzia di Dino venga dalla sifilide, che non c’è niente da fare, che lui dovrà curarsi a lungo; la prega di andare via, perché rischia di ammalarsi anche lei. È il 21 gennaio 1917; lui va in ospedale per curarsi, lei decide di non farsi più viva. Ma tutto questo non accade. Lui sta meglio e lei ricomincia a mandargli lettere. Lui le chiede di tornare, lei risponde di no, ma poi scrive “Ti amo ancora“.

Sibilla gli scrive: non mi troverai mai. Ma gli fa capire dove si trova. Lui va a cercarla, lei si sposta da un luogo a un altro, da una città a un’altra, accentuando la disperazione di lui, come a volerlo spingere più a fondo nel baratro.

Fino a quando, d’improvviso, lei smette davvero di cercarlo; lo fa quando lui è ridotto allo stremo, quando non è più in grado di  sopravvivere e viene internato in manicomio, nel 1918, dove rimane fino alla morte, nel 1932. Sibilla continua a cercare l’amore di cui non può fare a meno altrove, lo trova nel 1936,  con lo studente Franco Matacotta, di quarant’anni più giovane di lei, a cui resta legata per 10 anni. Continua a cercarlo per tutta la vita, fino al 1960, anno in cui muore dopo una lunga malattia.

Forse, però, il  suo unico vero amore, malato, folle, disperato e a tratti brutale, Sibilla lo aveva sepolto a Badia a Settimo nel marzo del ’32. Quello di lei nei confronti di Campana è stato un sadico tormento di cui si compiaceva, dicono i detrattori, mentre i suoi “simpatizzanti” sostengono che quello, per Sibilla, fosse l’unico modo possibile e concepibile di amare. Intensamente, fortemente, in maniera talvolta persino crudele, in un costante gioco di fughe e di ritorni in cui la quotidianità la spaventava perché rischiava di trasformarsi in monotonia, ma l’assenza fisica la terrorizzava ancora di più, poiché la privava di ossigeno vitale, della passione possente e travolgente di cui aveva bisogno. Lo avrebbe amato di più, o più a lungo, se non fosse stato matto? Forse, non lo avrebbe amato affatto, o almeno non in quel modo.

Perché in fondo lei, bella, bellissima, sofisticata, elegante, erudita, non aveva mai tenuto conto delle regole, delle imposizioni, della “normalità”. E l’amore, nella sua vita, non faceva eccezione in questo. L’amore non era corollario, ma forza motrice della sua esistenza, ragione di ricerca perpetua e di esplorazione, eppure il tipo di sentimento che cercava lei non avrebbe potuto darglielo nessun intellettuale da salotto né il più acculturato dei giornalisti. Ma solo un giovane poeta barbaro, forse inconsapevole della sua genialità, travolto dalla potenza della sua dama con il cappello bianco, che scioglieva le trecce per lui, innamorata prima ancora di vederlo, di toccarlo, rapita dai suoi versi e, forse, anche dalla sua vena di follia.