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Marina Cvetaeva: la poetessa che amò gli uomini tradendoli tutti

Una vita vissuta nel "nonamore", nella fedeltà solo a se stessa, al proprio essere, amando davvero unicamente la scrittura: Marina Cvetaeva tradì tutti i suoi uomini rimanendo fedele solo al suo ideale di amore inappagato.
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In un’epoca in cui erano gli uomini a decidere delle sorti delle loro relazioni, a travolgere di passione, illudere, abbandonare le loro amanti, Marina Ivanovna Cvetaeva era la nave che rema controvento in un mare impetuoso, la voce ribelle fuori dal coro; poetessa prima ancora che donna, secondo il suo ordine di importanza delle cose, l’artista russa aveva la sfrontata attitudine non solo a gestire da sé la propria vita, sentimenti compresi, ma anche a consumare un amante dietro l’altro, mai sazia, mai doma, pur senza lasciare mai il marito, Sergej Efron, osservatore passivo e rassegnato della grandezza di una donna a cui l’amore non bastava. E non perché ne fosse alla disperata ricerca, ma perché il sentimento non era sufficientemente grande, o importante, se paragonato a cose ben più alte, superiori: al cielo, alla bellezza di un albero piegato dal vento, alle parole e ai versi. Nessun uomo valeva la pena di essere guardato o ammirato più del cielo, pensava, ma nemmeno esisteva una sola donna che lo meritasse, neppure lei.

Una donna per bene non è una donna, scrisse Marina nell’inverno del 1919, mentre alla sua corte si susseguiva un valzer di poeti, scrittori, pittori, attori di teatro, uomini e donne, e il marito Sergej aveva trovato rifugio da lei, dai suoi mille tradimenti, nell’Armata Bianca; alcuni, fra cui Serena Vitale, la più grande studiosa italiana di Marina Cvetaeva, dicono che la sua decisione di arruolarsi fu presa proprio dopo aver scoperto dell’infedeltà della moglie con il fratello attore Petja.

Eppure Marina non si considerò mai un’infedele, perché le sue liaisons amorose avevano una dimensione eterea, irreale, ed erano fatte di quelle parole che, negli anni Venti, nessuno si sarebbe sognato di sentire uscire dalla bocca di una donna, neppure della più emancipata; a tutti i suoi amanti la Cvetaeva chiedeva di non chiedere: di non chiederle una vita insieme, di non chiederle un incontro di corpi, un bacio, perché, era solita dire, “Se baci allora ami“. In compenso, però, lei chiedeva, chiedeva la la fiducia assoluta in quel tipo di amore che conteneva in sé un particolare tipo di fedeltà, la fedeltà all’anima, la fedeltà a se stessi.

Io devo essere amata in modo del tutto straordinario per poter amare straordinariamente“, scrisse a Aleksandr Vasilevic Bachrach, un ventenne di di cui si era invaghita, a cui mandò molte lettere “Voglio da Voi, ragazzo, il miracolo. Il miracolo della fiducia, della comprensione, della rinuncia“.

Marina, figura ribelle rispetto alle dame educate all’amore sullo stile di Anna Karenina, devote, religiosamente attaccate al loro uomo e martiri del sentimento, non intendeva annientarsi per amore, per nessuno; scriveva lettere d’amore al marito ma negli anni prese la consapevolezza di non essere una “donna per bene”. Forse proprio perché la sua diversità rispetto a paradigmi, abitudini, luoghi comuni del tempo era così straordinariamente pronunciata da non poter passare inosservata.

Siamo nella Russia negli anni della Rivoluzione d’Ottobre e poi in quelli successivi, e la poesia simbolista di Marina Cvetaeva, soprattutto nelle opere degli anni ’20 che inneggiavano alla lotta dell’Armata Bianca contro il comunismo le valsero la fuga dal suo paese, l’esilio, prima a Berlino, poi a Praga, infine a Parigi, nel 1925. Tornò a Mosca solo nel 1939, assieme ai figli Mur e Ariadna e, finita in uno stato di povertà estrema e di isolamento, morì impiccandosi nell’ingresso dell’izba che aveva preso in affitto a Elabuga, sulle rive di fiume Kamam, nel 1941.

Un’anima tormentata, accecata da un’unica vera passione, quella per la poesia, per i versi; la sua unica ossessione, la scrittura, forse la sola cosa che Marina abbia mai amato veramente. Lei, che considerava sciocco chi preferiva guardarla piuttosto che guardare una betulla, e che ha fatto del nonamore il suo sentimento più vivo.

Il nonamore

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Quello che voi chiamate amore (sacrificio, fedeltà, gelosia) tenetelo in serbo per gli altri, per un’altra, io non ne ho bisogno. Io posso amare solo la persona che in una giornata di primavera a me preferirà una betulla

Marina  scriveva a un amico del suo ennesimo amante, in una lettera riportata dal Foglio, e gli raccontava infuriata che, passeggiando per il Cremlino con un uomo, un amante, un poeta, questi non faceva altro che parlare di lei. “Come potete non capire che il cielo, alzate la testa e guardate! È mille volte più grande di me, come potete pensare che in una simile giornata io possa pensare al Vostro amore, all’amore di chicchessia!

Fieramente libera, orgogliosamente “non per bene”, Marina era consapevole che non era “facile amare una cosa difficile come me“, ma questa rassegnata consapevolezza arriverà in lei solo più avanti, dopo anni che le hanno lasciato addosso lutti, dolore e solitudine. Il suo nonamore era una vera arte poetica, disincantato, costruito sopra l’assenza del contatto fisico se non sporadico, e lei diventava infelice appena l’amore faceva i conti con la realtà: aveva già visto la madre dover rinunciare all’uomo che amava, sposato, e accontentarsi di sposare un professore non amato, ed era cresciuta con il mito di Eugenio Onegin, il poema di Aleksandr Puskin in cui Tatiana e Onegin non si amarono mai, pur amandosi sempre (all’inizio lui respinge Tatiana, alla fine Tatiana respinge Onegin): in un saggio sull’autore, nel 1937, Marina Cvetaeva scrisse che quell’amore incompiuto  aveva “predeterminato in me tutta la passione per l’amore infelice, non reciproco, impossibile. Da quel preciso istante non ho voluto essere felice e con questo mi sono condannata al nonamore“. Ecco così la lunga schiera di uomini che sono fuggiti dalla sua vita, intimoriti, o di appuntamenti a cui lei non si è mai presentata, perché preferiva “amare gli assenti” e far idealmente combaciare l’amore con l’idea dell’amore, purché non si concretizzasse. Solo Sergej restò al suo fianco, solo Boris Pasternak fu in grado di rubarle davvero il cuore.

L’amore di Boris Pasternak

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Quando la poetessa Marina Cvetaeva incontrò, per lettera, Boris Pasternak, s’innamorò perdutamente. Era il 1922, lei aveva trent’anni, lui trentadue. Affini, vicini, irrazionali, diventarono ossigeno l’uno per l’altra. Fu, forse, il  solo che l’abbia amato come lei desiderava essere amata.

Oh, Marina, come vi amo! Con quanta libertà, naturalezza, con quanta preziosa chiarezza! Come vorrei la Vita con voi! E prima di tutto quella parte della vita che si chiama lavoro, crescita, ispirazione, conoscenza“. Lei gli rispondeva “Non posso“, ma lo amava in modo totale, devoto, ininterrotto, pronta ad avere, nelle lettere, un figlio da lui. Così avrebbe voluto chiamare il terzo figlio avuto da suo marito, Boris, ma poi si rese conto che “Quando ho pronunciato il suo nome, ho provato gelosia del suono“. Marina Cvetaeva e Boris Pasternak si scrissero per quattordici anni, erano terribilmente gelosi l’uno dell’altra, essenziali, travolti, devastati da quel sentimento.

Tu mi sei affine tutto, da parte a parte, terribilmente e angosciosamente affine, come io a me stessa, senza asilo, come le montagne. (Non è una dichiarazione d’amore: di destino).

Boris riuscì a realizzare l’ambizione di Marina, di mettere in scena il dramma di Onegin e Tatiana, in un continuo, snervante, logorante tira e molla, che a loro dava felicità più di una vita trascorsa insieme. Marina diceva che Boris era come un lampione per strada, non poteva aggirarlo: era dappertutto, ovunque lei si voltasse, a qualunque cosa pensasse, lui era lì, immutabile, si stagliava fuori e dentro i suoi pensieri, ovunque. “E sempre, sempre, sempre, Pasternak, in tutte le stazioni della mia vita, accanto a tutti i lampioni dei miei destini, lungo tutti gli asfalti, sotto tutti gli ‘sghembi acquazzoni’, sarà sempre la stessa cosa: il mio appello, il Vostro arrivo“.

Il nonamore di Marina, forse, le costò gli anni di solitudine, di isolamento, di angosciosa estraniazione; forse lei più di altre, in realtà, cercava con disperata speranza la via di fuga da paure, domande, dal confronto con se stessa. Forse non era poi così distante da Anna Karenina, anche se all’apparenza erano due donne ai poli opposti, forse non era così diversa da quelle eroine romantiche che vivevano in ragione dell’amore. Lei, che odiava le parole imprecise, le domande stupide, i pensieri meschini, la vita priva di poesia, diceva che “L’amore è innanzitutto la nostra lontananza dalle cose, nel migliore dei casi, annullamento di questa distanza, cioè fusione“. Di spirito, più che di corpo. O forse davvero quella di Marina non era una semplice corazza, ma la sua vera, onesta essenza che la spingeva, prima o poi, non a smettere di amare, ma semmai di concentrarsi sul suo amante. Di certo, Marina Cvetaeva rincorse per tutta la vita ciò da cui gli altri tendono a scappare: un amore tormentato, snervante, mai appagato.