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Bianca Pitzorno, la scrittrice per bambini che non volle figli: "Meglio essere zia"

Bianca Pitzorno, famosa scrittrice per l'infanzia, parla della sua scelta di non sposarsi e non avere figli, concentrandosi anche sul suo rapporto con il padre.
Fonte: ilroma.net

Gli scrittori per bambini li si immagina spesso come padri e madri amorevoli. Amanti dei bambini e della quiete, nell’immaginario comune potrebbero essere i genitori perfetti, quelli che lasciano mangiare le caramelle anche prima di pranzo e non si arrabbiano mai.

La verità, però, sembra essere diversa. A spiegarlo è Bianca Pitzorno, famosa saggista e scrittrice italiana di libri per l’infanzia e adolescenza. Divenuta dal 2000 anche ambasciatrice UNICEF, è stata intervistata dal quotidiano online Repubblica.it e spiega con pragmaticità le sue scelte di vita.

Prima fra tutte, la scelta di non sposarsi e non avere figli.

A dieci anni, grazie a uno zio, insegnante di latino e greco, scoprii L’Iliade. Mi innamorai di Achille. Della sua forza e della sua ira. Lo dissi alla maestra. La quale replicò: vedrai piccina, crescendo preferirai Ettore.
Tutte le donne che si sposano preferiscono Ettore ad Achille, disse con una voce falsa e mielata.

Non mi sono mai sposata.

Amo stare da sola. È l’unico modo che conosco per apprezzare al meglio la compagnia dell’altro o degli altri.

Spiega al quotidiano senza indugio.

Dice, inoltre, di non aver mai pensato di diventare madre nella sua vita perché troppo normativo e prescrittivo.

Ciò che piace a Bianca non è l’essere un genitore autoritario ma piuttosto una dolce zia che accompagna i suoi piccoli lettori nella scoperta di nuovi mondi fantastici.

Uno scrittore, per chi lo legge, assomiglia a uno zio o a una zia.
È la figura che vuole bene al nipote. Che lo ama senza pensare di possederne l’anima. Zio è Paperino. Zio è Topolino.

I romanzi di Jules Verne sono pieni di amabili zii e zie.

E poi, lo scrittore per l’infanzia non è necessariamente un perbenista.

Ed è proprio su questo punto che tutti noi dovremmo fare una vera e propria riflessione; molti scrittori del passato erano tutt’altro che genitori ideali e Bianca lo spiega bene:

Ci sono numerosi esempi.

Lewis Carroll era un pazzo controllato, Carlo Collodi un puttaniere che non andava a letto senza la benedizione della mamma, Edmondo de Amicis si suicidò.

Robert Louis Stevenson non aveva figli escrisse L’Isola del tesoro per tutti i figli del mondo.

Dopo una breve parentesi sulla propria vita contemporanea, Bianca parla del suo passato prendendo in esame uno dei suoi libri primi libri ma forse quello che più la identifica: Ascolta il mio cuore, pubblicato nel 1991.
Il romanzo prende in esame la quarta elementare della scrittrice, senza intenzioni edificanti o senza lacrime di commozione per un’infanzia ormai finita.

Racconta la storia di una bambina come tante altre, mettendo al centro una maestra crudele e, a tratti, disturbata. Servile e gentile solo con le ragazze di buona famiglia e tirannica con le più povere della classe.

C’è un episodio che mi ha perseguitato per lungo tempo.

Una compagna di classe portò un mazzo di tulipani alla maestra. E lei, che conosceva la sua umile estrazione sociale, a sottopose a un terzo grado. Dove hai preso quei fiori? Li hai rubati?

Alla fine la bambina scoppiò a piangere e confessò di averli trovati in mezzo a un mucchio di spazzatura.

La maestra le diede un ceffone e la insultò. Pensai che quei fiori sgualciti erano bellissimi.

A metà anno la bambina abbandonò la scuola. Nessuno la protesse.
Si perse per colpa di quella maestra vigliacca. E non l’ho più rivista.

Quell’ingiustizia così palese pesò talmente tanto sulla scrittrice che si sfogò col padre che non capì appieno la gravità della situazione.
Ed è proprio con delle considerazione sul padre che conclude i suoi pensieri, ricordandolo come un uomo giocoso e affettuoso ma a tratti troppo morboso.

Quando divenni abbastanza grande cominciai a desiderare la mia autonomia.
Volevo poter parlare liberamente con mia sorella. Uscire la sera. Frequentare gli amici.

Papà cominciò a incupirsi. Divenne geloso. Non accettava l’idea che avessimo una vita nostra.
Si trasformò in un tiranno pur non avendone l’animo.

Litigi, incomprensioni, rabbia. Avevo cominciato a dipingere. Ero brava.
Pensai, finito il liceo, di iscrivermi all’Accademia. Me lo impedì.

Poi per il sessantesimo compleanno gli regalai un cavalletto, dei pennelli e una tavolozza di colori.
Fu sorpreso. Gli dissi: fammi vedere cosa sai fare. E cominciò a dipingere. Si appassionò. Un vero pittore naïf.

Fu questo che ci fece riconciliare.